Allarme banche: 79 miliardi di crediti incagliati in portafoglio

Allarme banche: 79 miliardi di crediti incagliati in portafoglio


credito

di Luca Davi e Morya Longo

5′ di lettura

C’è una società che ha ottenuto un finanziamento ipotecario nel 2012 per costruire immobili a Padova nord: il prestito avrebbe dovuto essere rimborsato in poco tempo, entro il 2014, ma non è stato onorato. C’è un gruppo ormai in liquidazione, che da 5 lunghi anni non paga una singola rata del finanziamento. C’è un’azienda che ha costruito a metà un immobile in zona Giambellino, a Milano, ma da anni i lavori sono fermi: da allora dei rappresentanti della società non si sa più nulla. C’è un’impresa che ha un progetto termale in Romagna, mai davvero iniziato e fermo dal 2011.

Nei portafogli di crediti catalogati come «unlikely to pay» (in gergo Utp), attualmente in vendita oppure venduti negli ultimi tempi dalle banche italiane, c’è davvero di tutto: anche finanziamenti che a molti addetti ai lavori sembrerebbero a prima vista spacciati. Praticamente in sofferenza. Mele quasi marce. Che però, in alcuni casi, vengono catalogate in bilancio, e vendute in maxi-operazioni, come se le società a cui i prestiti sono stati erogati e i loro progetti fossero ancora salvabili.

LA MONTAGNA DA SMALTIRE

LA MONTAGNA DA SMALTIRE
LA MONTAGNA DA SMALTIRE

Mentre scoppia la febbre dei crediti «unlikely to pay», con quasi tutte le banche intente a vendere piccoli o grandi pacchetti a investitori, sotto gli occhi degli addetti ai lavori più attenti spunta qualche contraddizione all’interno di queste operazioni.

Il Sole 24 Ore ha raccolto indiscrezioni su tre di questi portafogli. Secondo i dati di Pwc da inizio 2018 a marzo 2019 le banche italiane hanno infatti venduto oltre 4 miliardi di Utp. Una goccia nel mare dei circa 80 miliardi di Utp che pesano sul sistema. Il grosso delle vendite deve ancora venire: UniCredit ha appena ceduto un pacchetto da 2 miliardi, Intesa intende liberarsi di 10 miliardi di Utp. Tutto questo mentre in bilancio i maggiori dieci istituti hanno ancora circa 79 miliardi di euro di Utp. Dietro l’enfasi dei grandi numeri, tuttavia, ci sono – secondo non pochi gli addetti ai lavori – almeno due problemi. Uno: una parte degli «Utp» attuali appaiono così malandati che ai loro occhi assomigliano più a crediti in sofferenza. Due: le maxi-cessioni portano via così tanto tempo che le società davvero salvabili rischiano di soffrire troppo prima che arrivi il salvagente. Ma iniziamo dai numeri.

Il big bang degli Utp
I crediti «unlikely to pay», chiamati in italiano «inadempienze probabili», sono i finanziamenti verso società che si trovano in difficoltà finanziaria. Non sono ancora decotti, come quelli catalogati dalle banche come «sofferenze» (o Npl), ma non sono neppure sani. Sono crediti non rimborsati, ma con sottostanti aziende ancora vive. Salvabili. Industrialmente buone. Infatti alcuni di questi crediti riescono a tornare «in bonis», cioè a rientrare nella normalità, mentre altri diventano sofferenze. Nel 2018, spiega ancora Pwc, su 100 euro di Utp, 20 sono tornati alla condizione di performing o sono stati recuperati, mentre 14 sono finiti nel calderone dei “bad loans”, ovvero le sofferenze. Il guaio è che a diventare Utp, ogni anno, sono anche il 15% di crediti bonis e il 4% dei past due (scaduti). Morale: ciò che esce dalla porta, rientra dalla finestra. E così la massa di Utp in portafoglio fatica ad essere smaltita.



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