Google Search Console: le feature da conoscere

Se avete intenzione di superare la concorrenza dei competitor online, il vostro compito sarà quello di monitorare costantemente la presenza del vostro sito nei risultati di ricerca Google. Ma in che modo?Un’ottimizzazione SEO corretta e dettagliata passa necessariamente dall’uso di Google Search Console. Si tratta di un servizio gratuito (come confermato qui) offerto proprio da Google, che può permettere una facile risoluzione di una serie di problematiche: indicizzazione, spam, AMP oppure usabilità su dispositivi mobili.Ad oggi non c’è miglior tool in grado di aiutarvi a comprendere e migliorare il modo in cui Google “vede” il vostro portale. Ma quali funzioni svolge effettivamente, a chi può essere utile e come è possibile attivarlo?Google Search Console: di cosa si occupa e chi dovrebbe utilizzarloNumerosi sono i compiti che Google Search Console (prima conosciuto come Webmaster Tools) può svolgere per un monitoring delle prestazioni ottimale, che a lungo andare può portare ad un netto miglioramento del posizionamento SEO del vostro sito web. Quindi, cosa fa sostanzialmente GSC? Questo strumento:verifica che Google sia in grado di trovare il vostro sito e di farne una scansione;aiuta a risolvere problemi di indicizzazione dei contenuti;permette di visualizzare, nel dettaglio, i numeri sul traffico della ricerca Google relativa al vostro sito web (es. per quali query di ricerca il sito viene mostrato o qual è la frequenza di click through rate degli utenti per specifiche query, oppure il numero di click/impression relativo ad un time range desiderato);controlla i backlink del sito e permette di “chiedere” a Google di non tenere in considerazione quelli che possono avere influenza negativa sul proprio sito (ad esempio perché provenienti da siti spam);chiarisce una serie di problematiche tecniche (es. l’usabilità del sito su un dispositivo mobile ed eventuale attivazione di Accelerated Mobile Page per velocizzare il caricamento delle pagine);evidenzia eventuali penalizzazioni;notifica eventuali errori di scansione del vostro sito (es. pagine che restituiscono errori 404, link “rotti” o situazioni simili).Erroneamente potreste pensare che un tool come Google Search Console dovrebbe essere utilizzato soltanto da chi si occupa di indicizzazione SEO. La verità è che GSC è uno strumento potenzialmente utile anche per:amministratori di siti web: questo faciliterebbe loro la corretta gestione del sito; problemi come il caricamento di alcune pagine sarebbero monitorati al meglio; anche l’eventuale manutenzione e modifica del sito sarebbe controllata affinché non si presentino errori;sviluppatori web: eventuali problemi di markup sarebbe monitorati e risolti con più semplicità (es. errori nell’implementazione dei dati strutturati);SEO e professionisti di marketing: per controllare ed ottimizzare il ranking e prendere le giuste decisioni sulla base dei risultati di ricerca Google. O ancora, per effettuare un’analisi di mercato più dettagliata.Le feature di Google Search Console che dovete conoscereDi seguito troverete le feature più interessanti del tool:Prestazioni: È la sezione più importante, dove ottenere dati circa la visibilità organica del sito su Google in termini di query e pagine, nell’ottica di pianificare di conseguenza la strategia SEO ottimale. Più nello specifico potrete analizzare:Query: le parole chiave cercate dagli utenti e per cui il sito è apparso in SERP nel periodo di tempo considerato;Clic: per ogni query viene esplicitato il numero di clic che, nel timerange selezionato, ha portato visite al sito;Impression: il numero di volte che il sito è risultato visibile in SERP per la relativa query;CTR: il rapporto tra visualizzazioni e clic per una determinata query;Posizione: la posizione media del sito per la query considerata (attenzione: un sito può posizionarsi con più pagine per la stessa query, il che impatta sulla posizione media e per questo è una metrica che va analizzata con cura).Questa sezione permette quindi di conoscere nel dettaglio le query che hanno portato più visite, e capire ad esempio se ci sono chiavi di ricerca per cui il sito non sta performando (con tutte le considerazioni del caso).Indice: Questo rapporto vi aiuterà ad ottenere informazioni dettagliato sullo stato di indicizzazione del sito. In questa sezione potrete analizzare quindi:Copertura: è possibile utilizzare questo rapporto per assicurarvi che tutte le pagine del sito siano effettivamente indicizzate e quindi ricevano traffico. In questo caso potrete consultare rapporti dettagliati su errori, come la presenza di pagine con errore 404 o che comunque presentano problemi di indicizzazione.Sitemap: attraverso la Search Console è possibile sottoporre l’URL della sitemap a Google, al fine di fornire al motore di ricerca l’elenco di URL da scansionare e indicizzare; eventuali errori rilevati dai crawler verranno segnalati nella sezione “Copertura”.Miglioramenti: Lo scopo principale di Search Console è quello di aiutarvi a migliorare il vostro sito Web. In questa sezione potrete ricevere report sui miglioramenti in riferimento a:Usabilità dispositivi mobile e AMP: la versione mobile di un sito web deve obbligatoriamente tenere in considerazione specifiche legate all’usabilità e alla velocità di caricamento delle pagine. In queste sottosezioni possono essere effettuati test dedicati al mobile e richiedere la convalida delle eventuali modifiche effettuate.Dati strutturati: nelle sottosezioni logo, breadcrumb e casella di ricerca possono essere analizzati invece i dati strutturati del vostro sito. Utile soprattutto per gli e-commerce, dove i dati strutturati possono davvero fare la differenza in quanto esplicitano ai motori di ricerca la relazione tra le diverse entità della pagina (es. nome del prodotto, prezzo, brand, ecc.).Condividi questa storia, scegli la tua piattaforma!


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AI e SEO: come cambia l’ottimizzazione per Google?

Quando si parla di Intelligenza Artificiale (AI) ancora si fa fatica a riconoscere che questa è già parte integrante della nostra quotidianità. Si pensa infatti a tecnologie all’avanguardia e robot in grado di emulare ragionamenti umani quando, in realtà, il suo utilizzo avviene già in diversi settori della vita quotidiana, ad esempio nel riconoscimento vocale o di quello facciale che viene utilizzato come sistema di sicurezza del proprio smartphone.Cos’è quindi l’intelligenza artificiale? In termini tecnici questa è un ramo dell’informatica che permette la programmazione e progettazione di sistemi hardware e software che riescono a dotare le macchine di determinate caratteristiche considerate, di norma, prerogativa umana. Più in generale questa si basa su algoritmi che permettono di creare nella macchina una conoscenza di base e una conoscenza legata invece alle esperienze. Parliamo ad esempio di percezione visiva, spazio-temporale oppure decisionale.Il machine learning viene utilizzato già da tempo in settori come automotive o manufatturiero, ma quando ha iniziato a invadere anche il digital marketing e nello specifico l’attività SEO? In che modo si può migliorare il proprio posizionamento sui motori di ricerca sfruttando l’AI?AI, SEO e RankBrain: cos’è, cosa fa e come funziona Si è cominciato a parlare di AI e SEO a partire dall’anno 2015, quando Google ha deciso di implementare un nuovo algoritmo chiamato RankBrain.Cosa fa esattamente RankBrain? Cerca di affinare i risultati di ricerca sostituendo i termini della query con termini più adatti. Questo algoritmo utilizza infatti l’intelligenza artificiale per trasformare il linguaggio in entità matematiche in grado di essere comprese da un computer; quando RankBrain si trova difronte a parole o frasi con le quali non ha familiarità, prova a sostituirle con termini dal significato simile secondo due fattori fondamentali: il concetto e il contesto. Questo tipo di sostituzione è utile soprattutto quando vengono digitate query mai effettuate prima su Google oppure termini colloquiali, neologismi o frasi complesse “long tail”.Considerando queste informazioni, come bisogna quindi comportarsi per “piacere sempre di più” all’algoritmo di Google e migliorare la propria posizione sui motori di ricerca? Molti vedono in RankBrain un algoritmo complesso da comprendere, in verità studiando le poche informazioni a disposizione e facendo dei tentativi è possibile sfruttare l’intelligenza artificiale a livello SEO, in questo modo:Migliorare la qualità dei contenuti: può sembrare banale, ma con un algoritmo così “potente” la qualità dei vostri contenuti avrà una rilevanza ancora maggiore. Meglio quindi creare dei contenuti di qualità evitando artificiosità come keyword stuffing oppure link esterni innaturali.Ottimizzare le pagine per un argomento di nicchia: focalizzatevi su una sola rosa di argomenti, così da rendersi immediatamente riconoscibili e quindi classificabili dal motore di ricerca.AI e SEO: cosa ci riserva quindi il futuro? Sulla base delle considerazioni precedenti, quale sarà quindi il futuro dell’AI nel digital marketing? Tra non molto questo sarà uno strumento chiave, soprattutto per le aziende che hanno come obiettivo quello di migliorare il costumer journey. Ma in che modo? Vediamo alcune possibili applicazioni:Interazione omnicanale: gli utenti utilizzano più di un device, talvolta anche contemporaneamente. I nuovi sistema di AI dovranno garantire dei servizi istantanei su ogni device tali per cui il cambio di canale non penalizzi la navigazione dell’utente, cioè far sì che questa non debba ripartire da zero ogni volta che si cambia dispositivo;Ricerca vocale: gli utenti chiedono sempre più informazioni al dispositivo come se si rivolgessero ad un essere umano. L’obiettivo sarà quello di presentare un’intelligenza artificiale che assuma le caratteristiche di un servizio clienti sempre attivo, e che dia l’impressione all’utente di parlare con un operatore reale h24 utilizzando laAl netto di queste considerazioni, l’AI sembra davvero destinata a mutare completamente il mondo dell’ottimizzazione dei siti web per i motori di ricerca. La domanda quindi può sorgere spontanea: quando sarà in grado di fare tutto questo, il lavoro umano potrà considerarsi totalmente rimpiazzato? La risposta è “no”. Un servizio tecnico perfetto ma al tempo stesso totalmente asettico non potrà mai sostituirsi all’impegno di un gruppo di persone che avrà come obiettivo quello di rendere l’esperienza dell’utente non solo utile ma anche positiva.


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Ottimizzazione immagini SEO: alt, title e tutti gli altri fattori

Vuoi far apparire le immagini del tuo sito su Google? Ecco la guida per ottimizzare tutti i fattori di posizionamento delle immagini!Ottimizzare le immagini di una pagina web è una parte fondamentale della SEO on site, vale a dire l’insieme di interventi che è possibile effettuare su un sito con l’obiettivo di favorire il suo posizionamento sui motori di ricerca.In che modo SEO e immagini vanno a braccetto? I motivi per cui lavorare sull’ottimizzazione delle immagini sono sostanzialmente due: Molti business basano la propria visibilità organica proprio sulle immagini, ad esempio siti che operano nell’ambito travel. Pensate a quando state decidendo dove passare le vostre prossime vacanze e siete indecisi tra una destinazione e l’altra: una delle prime cose che farete sarà cercare su Google il nome di entrambe le destinazioni, per poi dare un’occhiata alle foto su Google Immagini. Ed è proprio tramite un’accurata ottimizzazione SEO delle immagini che potrete apparire in questa SERP. Lo stesso discorso può comunque valere anche per i siti e-commerce. Ottimizzare le immagini significa anche fare in modo che la loro presenza su una pagina web non vada a impattare in maniera negativa sui tempi di caricamento della stessa, fattore di ranking ormai parte integrante dell’algoritmo di Google.Avrete dunque già capito che ottimizzare le immagini in ottica SEO è un procedimento che agisce su due fronti: quello semantico e quello delle performance. Ecco quindi una semplice guida step by step alla SEO per immagini che vi permetterà di aumentare il posizionamento del vostro sito e conseguentemente anche le visite!Nome del file immagineIl primo passo per ottimizzare le immagini passa dal renaming del file. Spesso si tende a caricare sul proprio sito foto o immagini intitolate “IMG00001.jpg”, perdendo dunque un’occasione per caratterizzare il contenuto dell’immagine già attraverso questa componente.Se state pianificando di aggiungere nuove immagini nelle pagine del vostro sito, assicuratevi dunque di rinominare i file seguendo queste semplici indicazioni: le parole che compongono il nome del file devono essere separate da trattini ( – ), meglio evitare gli underscore ( _ );evitare stopwords (articoli, preposizioni, ecc.);il nome dell’immagine deve essere parlante e includere una keyword attinente al contenuto della pagina (se possibile, fare in modo che la keyword sia all’inizio del nome del file).Sulla base di queste semplici regole, l’immagine che rappresenta gli interni del Duomo di Milano potrebbe essere rinominata ad esempio “duomo-milano-interno.jpg”.E se si tratta di immagini astratte? In questo caso suggeriamo di rinominare il file facendo in modo di inserirvi comunque delle keyword che siano coerenti con il contenuto della pagina (es: “ottimizzare-immagini-seo.jpg”).Attributo alt (spesso chiamato “Tag” alt) Una componente fondamentale per ottimizzare le immagini in ottica SEO consiste nella compilazione dell’attributo “alt” del tag “img”, ovvero il testo alternativo dell’immagine.Premessa: l’alt è un attributo o un tag?Prima di spiegare a cosa serve e come ottimizzare l’attributo alt, occorre fare una doverosa premessa. Spesso il testo alternativo viene identificato come un tag HTML, tuttavia non è proprio così: come troviamo ben spiegato qui, “all’interno di ogni pagina HTML sono presenti dei marcatori chiamati TAG. I tag servono a comunicare al Browser la tipologia di formattazione che si intende dare al contenuto della pagina”. Un’immagine viene dunque mostrata sul browser per mezzo del tag img, mentre l’alt rappresenta un suo attributo, nello specifico il testo alternativo. Da un punto di vista di linguaggio HTML, appare così:<img src=”https://sitoesempio.com/nome-file.jpg” alt=”Testo alternativo dell’immagine”>A cosa serve e come ottimizzare l’attributo alt delle immagini?L’attributo alt è fondamentale per i seguenti motivi:  appare, in forma testuale, nel momento in cui il browser per qualche motivo non riesce a caricare l’immagine;  viene letto dai lettori vocali dei browser per non vedenti;  ha un buon impatto sul posizionamento dell’immagine su Google Immagini, a patto che il testo alternativo inserito sia coerente con l’immagine rappresentata. L’attributo alt delle immagini rappresenta dunque la sede ideale dove inserire keyword (anche long tail) per le quali si vuole posizionare l’immagine, tuttavia non bisogna “forzare la mano” e cercare di essere il più possibile coerenti con quanto rappresentato.Proseguendo con l’esempio citato nella sezione sul nome del file, l’attributo alt dell’immagine che rappresenta gli interni del Duomo di Milano può essere scritto come segue:<img src=”https://sitoesempio.com/duomo-milano-interno.jpg” alt=”Interno del Duomo di Milano”>Attributo titleL’attributo title del tag img è quello che appare nel momento in cui si posa il cursore del mouse su un’immagine. In HTML appare così: <img src=”https://sitoesempio.com/nome-file.jpg” alt=”Testo alternativo dell’immagine” title=”Title dell’immagine”>Lato SEO ha un impatto inferiore rispetto all’attributo alt, tuttavia può essere utile per aggiungere informazioni relative all’immagine ed espanderne il significato; per questo motivo deve essere compilato tenendo ancor più in considerazione il fatto che sarà l’utente, più che il motore di ricerca, a leggerlo. <img src=”https://sitoesempio.com/duomo-milano-interno.jpg” alt=”Interno del Duomo di Milano” title-“Le navate laterali all’interno del Duomo di Milano”>Contesto semantico dell’immagineAd impattare sul posizionamento SEO di un’immagine è anche il contesto all’interno del quale si trova. Che cosa significa? Significa che occorre, ovviamente, prestare molta attenzione anche all’ottimizzazione di testi ed heading delle pagine che contengono le immagini che si vuole posizionare. Ancor meglio se l’immagine viene ottimizzata utilizzando le stesse keyword del paragrafo che la circonda.In questo senso anche la didascalia dell’immagine assume un suo peso. Una buona pratica per risparmiare tempo consiste nell’utilizzare come caption lo stesso attributo title dell’immagine.Dimensioni (in pixel) delle immaginiPrestate attenzione anche ai pixel di larghezza e altezza delle immagini. Capita molto spesso di trovare pagine web che utilizzano come risorse immagini molto più grandi del necessario. In questo caso, il browser dell’utente provvederà ad effettuare automaticamente il resize dell’immagine per mostrare la pagina così come il webmaster l’aveva progettata; tuttavia, questo comporta un processo che contribuisce ad aumentare i tempi di caricamento necessari per effettuare il rendering completo della pagina, motivo per cui molti tool di pagespeed suggeriscono di “servire le immagini scalate” e dunque già della dimensione ottimale alla loro visualizzazione su browser.Inoltre, immagini più piccole (in termini di pixel) pesano meno, motivo in più per curare questo aspetto spesso sottovalutato.Peso dell’immagineLast but not least, come dicevamo all’inizio anche il peso dell’immagine è una componente fondamentale da considerare. Più un’immagine è pesante, più il tempo richiesto per il suo download sarà elevato e, di conseguenza, più alti saranno i tempi di caricamento della pagina. Un’immagine di dimensioni standard non dovrebbe superare i 100-120 Kb, tuttavia – anche a seconda dei colori contenuti dall’immagine – non sempre è possibile ridimensionare il peso delle foto e mantenere comunque una risoluzione soddisfacente. Bisogna dunque utilizzare il buon senso e cercare di mediare le best practice SEO con quello che è l’obiettivo della pagina a prescindere dal posizionamento; in ogni caso, cercherei nel complesso di non sforare i 500 Kb per tutte le immagini presenti in pagina.  


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La Voice Search cambierà la SEO?

Il 2020 sarà l’anno della svolta per la ricerca vocale. Meglio farsi trovare preparati La Voice Search nel 2020 cambierà davvero il modo di fare SEO e di approcciarsi al web marketing? L’interrogativo riguarda tutti coloro che lavorano in ambito digital e che vorrebbero ottimizzare siti web e inserzioni Google Ads nel modo più opportuno e al passo con i trend dei prossimi tempi.Si prevede che i dispositivi mobili, in particolare gli smartphone dotati di assistenti che supportano la ricerca vocale, saranno gli strumenti privilegiati dagli utenti per effettuare delle query (le ricerche on line) sempre più specifiche e dettagliate. E non dimentichiamoci degli smart speaker come Google Home o Alexa, sempre più presenti nelle nostre case -si stima che ammonteranno a circa 8 miliardi entro il 2023 – e in grado di impattare sul modo in cui ci approcceremo ai motori di ricercaLa Voice Search o ricerca vocale è dunque il pilastro su cui costruire le prossime strategie SEO e, più in generale, di search marketing dal 2020 in poi; la necessità è constatata dal fatto che sempre più dati e statistiche (sia nazionali che internazionali) confermano che gli utenti on line trovano nella voce un modo più veloce e diretto per effettuare delle ricerche, riuscendo dunque a reperire già nella SERP di Google risposte precise alle proprie query.Come cambia la ricerca nel 2020La direzione che sta prendendo Google è chiara: mediante complessi algoritmi come BERT e RankBrain, il motore di ricerca è sempre più in grado di interpretare query conversazionali e restituire dunque risultati sempre più qualitativi in risposta a chiavi di ricerca ben più lunghe e complesse rispetto a quelle che siamo sempre stati abituati a fare.Per questo motivo il modo di fare SEO deve essere sempre più attento all’algoritmo di Google che varia in continuazione e predilige fattori in forte crescita (come quelli descritti in questo nostro articolo sulla Voice Search) su cui è opportuno concentrarsi per creare dei contenuti SEO-friendly sempre più mirati e performanti.La ricerca vocale, eseguita su dispositivi Google/Android tramite il software Google Assistant, rappresenterà una cospicua fonte di traffico organico (si stima il 50% entro il 2020) non solo per la ricerca di informazioni on line ma anche per intenti transazionali. Qualche esempio?“dove posso acquistare felpa ecologica on line”“dove posso trovare un ristorante vegano a milano”“quanto costa inviare una raccomandata”Come avrete notato, con la Vocal Search sono in forte crescita le query interrogative: gli utenti utilizzano la ricerca vocale di Google in maniera sempre più naturale, ponendo domande o utilizzando comandi più “imperativi” (es. “trovami degli esercizi rilassanti da fare”).Cosa fare per ottimizzare il sito in chiave Voice Search?Ecco i nostri consigli per ottimizzare i contenuti in ottica voice.Individuate le domande a cui potete rispondere: quando dovete individuare il set di parole chiave da utilizzare per il vostro sito, è necessario conoscere quali siano le query degli utenti. Il nostro consiglio è quello di orientare la keyword research verso query meno meccaniche e più vicine al linguaggio comune.Il punto di partenza sono le risorse interne come le parole chiave presenti in Google Search Console. Anche Semrush può esservi molto utile, in quanto permette di individuare le keyword per cui si posizionano i competitor compreso il famoso “Risultato Zero” (il risultato letto dall’assistente di Google).Pensare anche alle 5 W (Chi, Cosa, Quando, Dove e Perché) può aiutarvi a immedesimarvi nell’intento di ricerca dell’utente e a formulare query che soddisfino questo intento.Inserite le query negli heading e utilizzate termini attinenti e sinonimi: una volta individuate le query che fanno al caso vostro, è importante inserirle anche all’interno degli heading; allo stesso modo, i paragrafi che maggiormente forniscono una risposta all’intento di ricerca dovrebbero contenere termini attinenti, distribuiti nel testo in maniera naturale.Strutturate i contenuti sotto forma di lista: se l’intento di ricerca lo prevede in maniera naturale, utilizzare liste ed elenchi renderà il testo più leggibile e facile da fruire. Non dimenticate che la cosa più importante è quella scrivere contenuti originali, utili e semplici da leggere per l’utente.Integrate i contenuti con i dati strutturati: ottimizzate al meglio i dati strutturati delle vostre pagine. (Per saperne di più leggi questo articolo: https://www.optimizedgroup.it/rich-snippet-e-markup-html-linguaggio-da-spider/); i dati strutturati aiutano Google a comprendere il contenuto di una pagina. Dovete individuare il set di dati che permetta di mettere in relazione, nel modo migliore e più completo possibile, i diversi elementi della pagina.Ottimizzate le performance del vostro sito: l’utente che utilizza lo smartphone non può sempre contare su una rete mobile 4G. La velocità di caricamento di una pagina incrementa la visibilità per i motori di ricerca e riduce il bounce rate. Inoltre, non basta che il sito sia responsive, sarà necessario avere un sito veloce con un’ottima UX.Avete un’attività locale? Attenzione alla scheda MyBusiness: molto spesso le ricerche vocali sono utilizzate per individuare attività locali: “farmacia nelle vicinanze”. La gestione della scheda Google My Business è sempre più importante e strategica: non è più sufficiente inserire solo gli orari di apertura e chiusura della vostra attività.Implementare il protocollo HTTPS: 9 risultati su 10 nei risultati di ricerca hanno l’HTTPS e, secondo uno studio di backlincko.com, questo protocollo incide nelle ricerche vocali.Quindi la tua normale strategia non deve essere stravolta, deve essere invece potenziata, per puntare spedita verso le prime posizioni di Google.Quali assistenti virtuali sono più efficienti per generare traffico organico con le ricerche vocali?Come dimostra questo recente articolo di SEJ, Google Assistant e Google Home si attestano come gli assistenti virtuali più utilizzati e performanti, perché restituiscono risultati di ricerca perfettamente idonei alle aspettative degli utenti, seguono poi Apple Siri, Amazon Alexa e Cortana di Microsoft.


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Brand storytelling: perché è importante per un business?

Che cos’è lo storytelling aziendale? Ecco come si racconta un brand e perché lo storytelling è così importante per un business.Raccontare una storia è il modo ideale per suscitare emozioni, trasmettere valori che restano nella memoria e stimolare reazioni. Le storie sono, da sempre, il veicolo più efficace per tramandare tradizioni o per divertire. È per questo che lo storytelling del brand è la migliore strategia che un business possa adottare per trasmettere i propri valori e rendersi indimenticabile.Chi di voi non ha presente l’immaginario legato al brand Mulino Bianco? Si tratta di qualcosa che va ben oltre la semplice commercializzazione di un prodotto o un servizio.Curiosi di conoscere come applicare lo storytelling al vostro brand? Vediamolo insieme.Che cos’è lo storytelling aziendale?Il brand storytelling, come suggerisce il termine stesso, è la narrazione di un brand e dei suoi valori con l’obiettivo di emozionare, coinvolgere il fruitore e trasmettere quei valori, aumentando il senso di appartenenza e di identificazione con la marca.Lo storytelling è una parte fondamentale del marketing, ma non pensate che abbia a che fare semplicemente con la vendita di un prodotto o di un servizio!La narrazione di un brand, infatti, è molto di più: è il brand che prende vita, proponendosi con un’identità precisa e riconoscibile, con la sua storia e le sue sfide da superare. Affinché la narrazione del brand sia efficace, occorre una strategia di comunicazione continua che sia coerente con la sua “personalità”.Come raccontare un brandPer raccontare una storia in maniera lineare, coerente ed efficace, occorre prima di ogni cosa conoscerla. Per questo è importante avere ben chiaro chi è un brand, quali sono i suoi valori, a chi vuole rivolgersi e quali messaggi vuole comunicare.Solo dopo aver costruito un’identità forte e riconoscibile, sarà possibile procedere con una strategia di narrazione mirata e con la realizzazione di contenuti di qualità da diffondere in maniera oculata sui diversi media.Stabilita l’identità del brand, è necessario proseguire con l’analisi del destinatario della vostra storia, quindi le Personas che costituiscono il target della strategia di comunicazione. Conoscere i consumatori a cui ci si rivolge, interpretarne le esigenze e i ritmi di vita, è fondamentale per individuare i canali e i metodi con cui si vuole raccontare il brand ed essere certi della ricezione del messaggio da parte dei fruitori.Lo storytelling non deve essere invasivo. Il brand deve diventare un amico immediatamente riconoscibile per le sue caratteristiche, verso cui è facile provare empatia.Per capire a cosa facciamo riferimento, pensate ai “big” che entrano ogni giorno nelle vostre case: sono quei brand verso cui provate fiducia, percepite un senso di familiarità e a cui tornate di frequente. Qualche esempio? Una Coca Cola ghiacciata, le Nike che indossate per andare a correre, i Kellogg’s nella vostra colazione o la mela sul vostro pc.Cosa hanno in comune questi brand? Una valida strategia di storytelling, efficace e coerente nel tempo! Non è uguale per tutti, poiché non esiste una sola ricetta ideale, ma qualche ingrediente indispensabile da combinare sapientemente.Le caratteristiche principali del brand storytellingEcco quali sono gli ingredienti essenziali che contraddistinguono una narrazione efficace:Fiducia: il brand deve essere affidabile e non smentire la propria identità. La fiducia del consumatore decreta una lunga fidelizzazione.Emozione: nessuno vuole ascoltare una storia che non emoziona. Pensate a tutti i messaggi pubblicitari che rimbalzano sui vostri schermi: in mezzo a tanti, ricorderete solo quelli che vi hanno strappato un sorriso, vi hanno intenerito o vi hanno procurato un pugno nello stomaco.Immedesimazione: questo punto è strettamente collegato al precedente. Infatti, riconoscersi in una storia, un personaggio, una situazione oppure un sistema di valori, fa sì che aumenti l’empatia, l’emozione e anche il ricordo.Semplicità: la comunicazione più semplice e diretta è anche la più efficace, nonché quella che raggiunge più rapidamente il fruitore del messaggio.Azione: questo elemento implica un coinvolgimento del fruitore, una partecipazione attiva nella costruzione della storia di un brand.Familiarità: ha a che fare con il livello di notorietà e di riconoscibilità di un brand; una situazione familiare è quella che richiede anche il minor sforzo cognitivo e implica un alto grado di fiducia e di confidenza con la marca.Una marca che si racconta deve tenere in considerazione tutti questi aspetti quando si intraprende una campagna di qualsiasi genere. Un esempio di storytelling efficace trasmesso tramite un video promozionale è Dream Crazy, spot realizzato da Nike in occasione del trentesimo anniversario dello slogan “Just do it”. Nel video appaiono vari atleti che hanno lottato contro difficoltà e pregiudizi, come LeBron James, Serena Williams e Colin Kaepernick, uniti per lanciare un messaggio di coraggio verso chi combatte per raggiungere i propri obiettivi, anche se sono folli.Lo spot è anche l’esempio di come affidare a un volto la trasmissione di un messaggio possa incidere sull’efficacia della narrazione.Raccontare il brand attraverso il digitaleLo sviluppo delle tecnologie digitali, con il conseguente aumento dei touchpoint, ha permesso un’estensione delle possibilità di applicazione dello storytelling di un brand. Per le piattaforme digitali valgono tutte le regole esposte fino ad ora e, in più, vi raccomandiamo di tener presente alcuni punti fondamentali:Coerenza tra il messaggio da trasmettere e l’immagine del brand coordinata: utilizzare sulle piattaforme digitali – e non – immagini, colori e forme attinenti alla visione del brand, permette di rafforzare il legame emotivo con il consumatore e l’identità stessa del brand. Per intenderci, un brand che voglia trasmettere calore e familiarità, difficilmente userà colori freddi su una propria landing page!L’importanza del tone of voice dei contenuti: i contenuti che realizzate sui social, sul sito web o sul blog devono comunicare il carattere del brand anche attraverso il tone of voice; i contenuti che potete trovare sul sito di una compagnia di assicurazioni differiranno da quelli dell’e-commerce di un brand di moda, non solo per gli argomenti trattati ma anche per il modo di comunicare e per la tipologia di linguaggio adottato.Una presenza efficace sulle piattaforme digitali aumenta le conversioni: se siete stati bravi a comunicare con chiarezza e coerenza l’identità del vostro brand sui vostri touchpoint digitali, il fruitore svilupperà una percezione positiva del brand che può dunque portare a un aumento del tasso di conversione.Vi state ancora chiedendo quali siano i vantaggi del brand storytelling?Come avrete capito, raccontare un brand non è affatto un processo semplice e immediato. Quindi perché è così importante investire nel brand storytelling? Quali sono i vantaggi?Un’azienda che costruisce una marca riconoscibile, la fonda su un sistema di valori condivisibile e la racconta al pubblico in maniera coinvolgente ed emozionate, è un’azienda di successo, che guadagna vantaggio competitivo su più livelli e instaura un rapporto più profondo e duraturo con i suoi consumatori.Avete esempi di brand storytelling di successo? Scriveteceli in un commento!


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YouTube & SEO: come ottimizzare i video per Google

Come posizionare un video nella SERP di Google? Quali sono i vantaggi? Ecco la guida per aumentare la visibilità organica con i videoYouTube è secondo motore di ricerca più usato al mondo dopo Google (suo proprietario) e, anche per questo motivo, è diventato un canale indispensabile per aumentare l’awareness del proprio brand.Il successo di questa piattaforma è dato principalmente dalla possibilità di comunicare in maniera più diretta grazie ai video, raggiungendo rapidamente gli utenti con immagini e suoni e facilitando così le modalità di fruizione. Infatti, va considerato che la navigazione oggi è sempre più mobile e gli utenti esigono risposte immediate alle loro ricerche. In questo senso, un video si presta molto meglio di un testo scritto.Sempre più aziende si rendono conto del potenziale dei video, quindi assieme alle possibilità di comunicazione aumenta anche la competizione. Per questo è importante sapere come migliorare il posizionamento dei propri video nella SERP di YouTube ma, ovviamente, anche di Google. Infatti, la comunicazione sinergica del proprio brand tramite un canale di YouTube e sito web, come vedremo, può far sì che entrambe le realtà influenzino reciprocamente il posizionamento in maniera positiva.In particolare, pubblicare video con contenuti pertinenti e interessanti, potrebbe giovare all’insieme dei vostri touchpoint. Ma procediamo per gradi.SEO su YouTube: come favorire il posizionamento di un videoTrovare le giuste keywordPer prima cosa, prima di scendere nel dettaglio, è bene specificare che anche su YouTube, come per ogni strategia SEO, prima di postare un contenuto occorre partire preliminarmente con un’adeguata keyword research. Solo individuando i termini di ricerca più appropriati, infatti, riusciremo a intercettare gli utenti a cui il nostro contenuto vuole rivolgersi.Per trovare le keyword, oltre ad aiutarvi con i suggerimenti automatici di YouTube, potreste utilizzare questi tool per la ricerca di parole chiave:Ubersuggest: un tool gratuito per la ricerca di chiavi di “coda lunga”, ideale anche per YouTube;Google Trends: permette di approfondire la ricerca su Google Trends grazie alla voce “Ricerca di YouTube”VidIQ: un’estensione che rivela per quali parole chiave è posizionato un video, i volumi di ricerca per keyword digitate, ecc.;TubeBuddy: consente di analizzare i tag usati dai competitor.Vi consigliamo di indirizzarvi su keyword che abbiano almeno un minimo di ricerche mensili (variabile a seconda del settore) e che, allo stesso tempo, non siano troppo generiche e ad alto tasso competitivo.Ottimizzare il titolo del video su YouTubeL’ottimizzazione del titolo, attraverso l’inserimento delle opportune parole chiave, è da considerarsi – insieme alla descrizione – il fattore primario per l’aumento del CTR (click through rate), ovvero il numero dei click che il video riceve in rapporto al numero di visualizzazioni, indispensabile per definire “l’indice di gradimento” di un video.Ricordate, come sempre, che l’obiettivo principale resta la soddisfazione del bisogno dell’utente, per cui è indispensabile che i titoli siano quanto più “parlanti” e descrittivi di ciò che si andrà effettivamente a mostrare nel video.Affinché un titolo risulti ottimizzato – non solo per la SERP di YouTube ma anche quella di Google – vi consigliamo di tenere a mente alcune query per cui Google ritiene più vantaggioso mostrare un video piuttosto che un risultato testuale:“Come fare (+ Keyword)”: “Come fare la carbonara”Tutorial: “Tutorial trucco occhi”Interviste: “Intervista a Domenico Modugno”Recensioni: “Recensione iPhone 11”Keyword relative allo sport: “Highlights Serie A”Keyword relative a “video divertenti”: “gatti pazzi e divertenti”  Ottimizzare la descrizione: perché può essere utile realizzare un indice dei contenutiLa descrizione di un video su YouTube permette di comunicare in poche righe il contenuto del video e vi consigliamo di sfruttarla al meglio rispettando criteri di chiarezza e leggibilità, senza perdere mai di vista il potenziale intento di ricerca dell’utente. Per realizzare una descrizione efficace e completa, tenete a mente di inserire questi elementi:Keyword: per favorire il posizionamento, le keyword andrebbero utilizzate soprattutto nelle primissime righe di testo, ma senza mai perdere la naturalezza del messaggioHashtag (#): usateli con intelligenza e parsimonia, rispettando la pertinenza all’argomento. Vi possono essere particolarmente utili se trattate argomenti di tendenzaLink: inserite link a contenuti correlati, come altri video o playlist, e soprattutto al vostro sito web e ai social, così che diventi più facile ricondurre i vari canali all’identità di un unico brandIndicatori temporali: per i video più lunghi, che trattano argomenti più complessi e diversificati, potete inserire in descrizione dei link diretti (generati automaticamente con la formula minuti:secondi) che rimandino a una sezione specifica del video. Accanto a ciascun indicatore inserirete una frase brevissima che identifichi il micro-argomento trattato in quella porzione di video, agevolando ulteriormente non solo il posizionamento, ma anche la rapidità e la facilità di fruizione del video, fattori indispensabili per un’esperienza utente piacevoleQuest’ultimo punto diventa rilevante soprattutto ora che Google ha lanciato “key moments”, un sommario realizzato sulla base delle indicazioni temporali inserite dagli stessi autori nel box informazioni (descrizione), che riporta le parole chiave relative ai momenti specifici di un video su YouTube.La sezione che mostra questa sequenza temporale è chiamata “in this video” e permette agli utenti di cliccare una sezione, raggiungendo immediatamente la porzione di video di proprio interesse.Rispetto di standard qualitativi e strategie per raggiungere un vasto numero di utenti Va da sé, come per tutti i tipi di contenuti, che il primo criterio da rispettare debba essere la qualità. Questo vuol dire prima di tutto postare video interessanti e piacevoli da guardare, possibilmente in alta definizione, con un montaggio che tenga desta l’attenzione e magari anticipati da un trailer che renda immediatamente riconoscibile il vostro brand.Per aumentare le visualizzazioni e accrescere l’autorevolezza del canale, è importante ingaggiare gli utenti per far sì che forniscano feedback come likes e commenti ai vostri video. L’ideale sarebbe ottenere anche condivisioni spontanee: se i vostri video saranno in grado di suscitare emozioni o verranno considerati effettivamente utili, gli utenti potrebbero condividerli volontariamente sui propri social.Un altro suggerimento è quello di aggiungere i sottotitoli ai vostri video e di spendere un po’ di tempo per revisionarli e avere la certezza che ripropongano esattamente quanto detto. Questo è importante per due motivi principali: da un lato, permette la fruizione dei video anche agli utenti con handicap uditivi o semplicemente impossibilitati a riprodurre l’audio in un determinato momento; dall’altro, rende più facile al motore di ricerca il riconoscimento dei temi trattati e il posizionamento per le giuste keyword.Allo stesso fine concorrono anche i tag e le categorie. I tag sono parole che descrivono gli argomenti trattati nel video e vi permettono di essere raggiunti anche da chi non segue il vostro canale ma è interessato a temi affini. Le categorie, invece, servono a classificare i contenuti del video e possono riferirsi alla modalità di fruizione, ad esempio “watch on mobile”, al realizzatore del video, “persone o blog”, oppure a una classificazione relativa a un genere musicale o cinematografico, come “documentary”.I video su YouTube hanno impatto sulla visibilità organica di un brand?Posizionare il proprio brand su più canali in maniera coerente è il modo ideale per rafforzarne l’identità. Oltre all’uso dello stesso nome su tutte le piattaforme, ci sono diversi segnali palesi e non palesi per far sì che gli utenti e i motori di ricerca riconducano tutti questi canali allo stesso brand.Segnali palesi possono essere i link che rimandano esplicitamente al brand oppure i social markup di Google, ovvero markup di dati strutturati in grado di identificare i profili social come pertinenti a una medesima entità (uso della proprietà “sameAs”).Esistono anche segnali tecnicamente non palesi che suggeriscono al motore di ricerca l’identità di un soggetto o di un brand, come una citazione del nome del brand o una qualsiasi rappresentazione totale o parziale dello stesso attraverso una foto o un video; per capirci, tutti quegli elementi che permettono alla mente umana di riconoscere un’entità e che anche Google è ormai in grado di identificare.Fatta questa premessa, non sarà difficile ipotizzare che un uso intelligente di YouTube possa effettivamente accrescere l’autorevolezza del vostro brand e avere impatto sulla sua visibilità organica, permettendo magari anche al vostro sito di salire in SERP “di riflesso”. Non è qualcosa che si può accertare con sicurezza matematica, ma già qualcuno ha provato a porsi la questione con risultati soddisfacenti, come nel caso di Emanuele Vaccari.Naturalmente, quanto più il brand è riconoscibile, autorevole e affidabile, tanto più sarà probabile che questo avvenga, ancor più facilmente se si intercetta un mercato poco competitivo che rende più facile l’esposizione per determinate query.Segue qualche piccolo suggerimento per agevolare il processo:utilizzate lo stesso nome, logo e slogan su ciascuna piattaformaassociate il vostro sito all’account Google attraverso le impostazioni avanzate del canaleinserite un link al sito web dalle schede dei video (per farlo dovrete aderire al Programma Partner di YouTube)create una versione testuale del contenuto del video e inseritela nel vostro sito web, magari integrando il video stessoE voi avete un canale su YouTube? Conoscete altri metodi per favorire il posizionamento in SERP di un video? Fatecelo sapere in un commento!


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CRO Tool box: quali strumenti usare e a cosa servono

Vorreste cominciare un’attività CRO ma non sapete da dove partire? Ecco qui un elenco di strumenti che potrebbero fare al caso vostro!Questo articolo si propone di fornire un’overview generale degli strumenti utili per un’attività di CRO, soffermandosi in particolar modo su quelli più specifici e meno noti. Per semplicità suddivideremo un processo CRO in due fasi fondamentali, ognuna con un obiettivo specifico e diversi strumenti.Nella prima fase il nostro obiettivo è scoprire il più possibile sul comportamento degli utenti: come usano il sito, quali sono le principali criticità riscontrate e, più semplicemente, cosa è funzionale e cosa no per la nostra popolazione. Per poter indagare tutti questi aspetti, abbiamo bisogno di tool che ci permettano di raccogliere, confrontare e organizzare i dati sul comportamento degli utenti.Nella seconda fase l’obiettivo è mettere a confronto le varianti proposte con l’originale per poter valutare l’impatto sul conversion rate; abbiamo quindi bisogno di tool che ci permettano questo tipo di raffronti.Fase uno: analisiNella fase di analisi l’obiettivo è raccogliere informazioni sul comportamento degli utenti. Queste informazioni possono essere raccolte e organizzate con strumenti diversi a seconda del tipo di dati che dobbiamo gestire.Web Analytics – Dati quantitativiI dati di web analytics offrono una visione generale relativa alla customer journey dell’utente sul nostro sito. Suddividendo la popolazione in sottogruppi significativi (come nuovi utenti e di ritorno, tipo di device ecc.) possiamo osservare le differenze tra sottogruppi e identificare aree grigie nell’esperienza dell’utente. I tool di web analytics sono vari, ad oggi il più comune è sicuramente Google Analytics.Behavioural Analytics – Dati quantitativi e qualitativi I tool di Behavioural Analytics permettono di raccogliere e gestire diverse fonti dati. Le principali differenze tra i tool sono il numero di fonti dati che ci permettono di raccogliere, il numero di osservazioni gestite e il numero di siti monitorabili contemporaneamente.Possibili fonti dati considerate: Heatmap: È una mappa di calore che identifica le aree più cliccate della pagina in esame. A seconda dei tool può tenere conto del primo click sulla pagina o dei primi 3 o 4 click per utente. La heatmap ci permette di identificare gli elementi più usati per ogni pagina e, viceversa, quelli inutilizzati.Quasi tutti i tool danno la possibilità di filtrare per tipologia di device mentre solo alcuni danno la possibilità di selezionare diverse tipologie di utente.Scrollmap: È una mappa di calore che ci permette di vedere quanto gli utenti scorrano le singole pagine. Questo tipo di mappe ci permette di vedere che percentuale di utenti visualizzano elementi posti nella parte bassa della pagina.Funnel analysis: Consiste nel raccogliere dati su come gli utenti si muovono all’interno del sito. Questo tipo di analisi è utile per capire dove si concentrano i drop più consistenti e come si svolge in genere l’esperienza di acquisto. Oltre l’estrazione dei dati da software di web analytics, molti tool di behavioural analytics hanno dei moduli ad hoc per questo tipo di analisi.Video recording o mouse tracking: Permette di osservare il comportamento degli utenti visualizzando gli spostamenti del mouse o i tap sullo schermo. I video vengono utilizzati per cercare elementi specifici che dall’analisi generale risultano problematici per gli utenti. Filtrando per singole pagine o azioni è possibile osservare solo i passaggi necessari con diversi device o sistemi operativi.Poll: Consistono nella somministrazione di domande direttamente agli utenti durante la navigazione. Le domande vengono somministrate tramite una finestra pop up quando l’utente compie determinate azioni sul sito.Survey: Consistono nella somministrazione di un questionario a particolari categorie di utenti, normalmente chi si è registrato o ha effettuato un acquisto. La survey viene somministrata nella maggioranza dei casi via mail inserendo un link a un form preimpostato.Chat: Alcuni tool danno la possibilità di interagire in modo diretto con gli utenti aprendo delle chat live in corrispondenza di particolari eventi di modo che sia possibile porre delle domande in tempo reale all’utente.App analysis: Alcuni tool danno la possibilità di compiere questo tipo di analisi anche sulle app.La tabella sottostante riporta un elenco dei principali tool di behavioural analytics con le fonti dati gestite da ognuno. Altre differenze significative sono legate al numero di osservazioni, al numero di pagine e di siti monitorabili e al costo.Fase due: TestingA/B Testing: Si tratta della tipologia più semplice di testing. consiste nel mettere a confronto la versione originale con una versione alternativa dove solo un elemento risulta modificato. Per esempio, il colore di una CTA o come vengono comunicate le spese di spedizione. Questa tipologia di test è utile per monitorare modifiche semplici e ha il vantaggio di dare risultati significativi più rapidamente delle altre due.Multivariate testing: Consiste nel mettere a confronto la versione originale con una versione che differisce per due o più modifiche. Per esempio, il testo e il colore della CTA. In questo caso le versioni possibili sono 4 (o più): Testo OriginaleColore OriginaleTesto ModificatoVersione 1Versione 2Colore ModificatoVersione 3Versione 4 Questa tipologia di testing permette di monitorare diverse combinazioni di modifiche ed è particolarmente utile nel caso di elementi distinti che però agiscono potenzialmente sullo stesso KPI. Il vantaggio è riuscire a testarli contemporaneamente e nelle loro diverse combinazioni, lo svantaggio è che richiede tempistiche più lunghe per ottenere risultati significativi.Muti-page testing: Consiste nel testare uno stesso elemento su diverse pagine. La modifica effettuata è la stessa ma replicata su diverse pagine, per esempio modificare il colore della CTA sul listing, la pagina prodotto e nel carrello. Questa tipologia di test è molto utile per testare elementi che si presentano in più pagine e devono essere presentati coerentemente per tutto il processo di acquisto.La tabella sottostante riporta un overview generale dei principali tool di testing, riportando le tipologie di test gestibili con ogni tool. Alcuni di questi integrano la parte di testing a una parte di analisi, come Crazy eggs o VWO. Anche in questo caso le differenze principali sono legate al costo, alla tipologia di test gestibili e al numero di siti monitorabili contemporaneamente. Condividi questa storia, scegli la tua piattaforma!


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come usarli per la SEO

Cosa sono gli operatori di ricerca Google e come sfruttare la sintassi e i simboli di ricerca nelle strategie di SEO on site e off siteGli operatori di ricerca di Google sono, semplicemente, simboli e parole che permettono di perfezionare le ricerche sul web attraverso la modifica della query nella barra di ricerca.Tali operatori, dunque, sono utili a chiunque voglia imparare dei “trucchi” per affinare il più possibile la propria ricerca, ma risultano di particolare importanza per gli “addetti ai lavori” che si occupano di strategie SEO on e off site.In quest’articolo vedremo quali sono gli operatori di ricerca più diffusi e quelli che, da soli o combinati fra loro, possono servire ad avviare ricerche avanzate utili per la realizzazione di un piano SEO (sia per quanto riguarda lo studio delle keyword e la ricerca di siti che forniscono guest post, sia in merito all’analisi dei competitor).Quali sono gli operatori di ricerca Google di base?Se pensavate che gli operatori di ricerca fossero strumenti per soli professionisti, farete presto a ricredervi. Provate a pensare agli operatori come a delle esche che vi permettono di reperire, nel minor tempo possibile, esattamente l’informazione che stavate cercando. In un immenso contenitore di informazioni quale è Google, è pressocché impossibile non trovare l’oggetto della nostra ricerca, proposto in tutte le sue varianti; tuttavia, proprio per l’infinita mole di materiale, a volte trovare l’informazione cercata può diventare complicato e time-consuming.Ecco alcuni operatori di base che intervengono in vostro aiuto:Virgolette doppie “…”: inserendo tra virgolette la parola o la frase che state cercando su Google, la SERP vi mostrerà fra i risultati solo le pagine che includono esattamente quell’espressione.Esempio: “stanza in affitto a milano”Simbolo di sottrazione (-): anteposto a un termine della vostra ricerca, o a una frase, permette di escludere dai risultati le pagine che contengono tale termine o tale frase.Esempio: stanza in affitto a milano -zaraDefine: è un operatore che permette di visualizzare immediatamente la definizione del termine che si sta cercando.Esempio: define:web marketingExt: e filetype: sono equivalenti e il loro scopo è quello di mostrare in SERP solo documenti nel formato che si desidera. I formati più usati sono .pdf (Adobe Portable Document Format), .pptx (Microsoft Power Point), .docx (Microsoft Word), .html (Hypertext Markup Language), etc.Esempio: guida al web marketing ext:pdf oppure guida al web marketing filetype:pdfOperatori per l’analisi SEO di un sito e per il web marketingCi sono altri operatori di ricerca che permettono di condurre ricerche ancora più specifiche e ristrette a un determinato campo di indagine, che sia una specifica pagina, un dominio oppure una semplice keyword.Questi strumenti di ricerca avanzata sono utili a tutti coloro che conducono analisi SEO e di web marketing ma, anche in questo caso, sapere che esistono e conoscere il loro potenziale è un vantaggio per chiunque. I più diffusi e utilizzati per analizzare lo stato e il contenuto di una pagina o di un dominio sono:site:Permette di restringere la ricerca alle pagine di un unico dominio, di un sottodominio o a una specifica URL. Potete anche combinare questo operatore alle virgolette, così da cercare un termine o una frase limitatamente all’interno di URL/dominio/sottodominio analizzato. Utilizzato da solo, può aiutarvi a individuare problemi legati alle pagine indicizzate del dominio (ad esempio, potreste notare che il numero di pagine indicizzato del vostro dominio è molto inferiore rispetto a quelle che contiene realmente).Esempio: site:optimizedgroup.it ma anche “operatori di ricerca” site:optimizedgroup.itPotrebbe essere utile combinare questo operatore con il segno di sottrazione, come nell’esempio:payback -site:payback.itIn questo modo, la SERP mostrerà le pagine che menzionano il vostro brand e potrete trovare siti utili per la link building.cache:Consente di visualizzare la pagina che si sta cercando così come è stata visualizzata dallo spider di Google durante l’ultima visita al sito. Oltre alla versione completa del sito, così come appare ai normali visitatori, saranno visibili anche la versione di solo testo e la visualizzazione del codice sorgente.Esempio: cache:optimizedgroup.itOperatore *Questo operatore permette di completare la query nel punto che si desidera, prima o dopo una parola o una frase, oppure tra due o più parole. In questo modo Google suggerirà direttamente nella barra di ricerca i termini più cercati abbinati a quelli proposti. Attenzione, però, a inserire l’asterisco solo a seguito della digitazione della query; ad esempio, digitate “analisi seo” e, solo in un secondo momento, digitate l’asterisco prima della query per ottenere il seguente risultato:Questa funzione può essere utile nella ricerca delle parole chiave per individuare le cosiddette “long tail keyword”, ovvero quelle keyword di tre o più parole che permettono di intercettare target più specifici.intext:Consente di trovare la parola (o le parole) oggetto della vostra ricerca laddove si trovi nel corpo del testo della pagina, senza tener conto delle meta informazioni. Così, vi appariranno in SERP le pagine in cui i termini della query ricorrono maggiormente nel contenuto. Oltre allo studio delle parole chiave, questo operatore è utile anche a individuare siti affini al vostro brand su cui effettuare guest posting.Esempio: intext:consulenza seointitle: e allintitle:Sono operatori che permettono di ottenere risultati relativi a pagine i cui Title presentano la query in analisi. Nello specifico, l’operatore intitle: individua titoli che posseggono al loro interno uno dei termini digitati, mentre allintitle: li contiene tutti.Esempio: intitle:seo e sem à appariranno in SERP i risultati contenenti la keyword seo, la keyword sem, oppure entrambe;Esempio 2: allintitle:seo e sem à appariranno in SERP i risultati contenenti entrambe le keyword nel Title.inurl: e allinurl:Presentano, come è intuibile, risultati che contengono una o più parole della query nell’URL. In maniera affine a intitle: e allintitle: (anch’essi funzionali all’analisi dei competitor), nel primo caso mostrano i risultati che includono uno o più termini della query in maniera indistinta, mentre nel secondo caso propongono solo quelli che li includono tutti.Esempio: inurl:seo e sem oppure allinurl:seo e semCome avete visto, sono tanti gli strumenti per perfezionare le vostre ricerche su Google. Quali di questi operatori non conoscevate ancora? Ci sono degli operatori che utilizzate di frequente e che non abbiamo menzionato? Fatecelo sapere nei commenti!


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cosa hanno in comune scrittura e user experience

Cosa fa un UX writer? Come si diventa abili scrittori sul web? Scoprite cosa sono i microcopy e perché la professione di UX writer sta diventando indispensabile.Il web ospita una grande varietà di contenuti e microtesti con cui interagiamo tutti i giorni, anche senza farci caso. Dietro questi testi ci sono delle figure professionali con delle competenze specifiche, poiché non basta saper scrivere – e nemmeno saper scrivere bene – per instaurare una comunicazione efficace con gli utenti.Tra queste figure professionali, negli ultimi anni emerge quella degli UX writer. Se vi occupate di scrittura sul web da freelance oppure avete un blog o un sito di e-commerce, conoscere le tecniche di UX writing può realmente fornirvi un vantaggio competitivo rispetto alla concorrenza.Scopriamo cos’è l’UX writing, di cosa si occupano gli UX writer e perché le grandi aziende (ma non solo) ne hanno sempre più bisogno.Cos’è la UX writing? Alla scoperta del copywriting che sposa la user experienceUX sta per user experience, quindi la UX writing non è altro che una tecnica di scrittura sul web che tiene fortemente in considerazione l’esperienza di navigazione degli utenti. Il compito dello UX writer è quello di garantire all’utente un’esperienza quanto più piacevole e semplificata, guidandolo nella sua permanenza su un sito web. Come? Attraverso delle piccole porzioni di testo, i “microtesti” (o microcopy), che costituiscono le voci del menu di un sito, pulsanti, campi di form, istruzioni, messaggi di errore, etc. Come dovrebbe un microcopy?Semplice: i testi devono essere chiari e di immediata comprensione. Lo scopo è quello di semplificare la navigazione all’utente e rendere tutti i passaggi più fluidi;Incoraggiante: soprattutto nel caso in cui si chieda all’utente di affidare i propri dati o di procedere a una operazione di acquisto, occorre che il testo sia rassicurante e incoraggiante, permettendo a chi legge di riconoscere il punto in cui si trova e non lasciare che pensi “cosa potrebbe accadere se cliccassi su questo pulsante?”;Originale: per fare davvero la differenza, sarebbe il caso di non utilizzare espressioni preimpostate nella comunicazione, ma personalizzare il proprio tone of voice coerentemente con l’identità del brand. All’occorrenza, potreste essere più professionali oppure più amichevoli, talvolta anche spiritosi e premurosi. L’ideale sarebbe fare in modo che l’utente si convinca di avere a che fare con una persona in carne e ossa, non con una macchina.Chi si occupa di UX writing compie un passo ulteriore rispetto al copywriter: non siamo in presenza di un cambiamento epocale, ma di una naturale e necessaria evoluzione della professione, sia dal punto di vista dei contenuti che delle competenze, che si fanno più ricche e trasversali.È bene tener presente, infatti, che la scrittura è soltanto la fase finale di un complesso processo di analisi, indirizzata sia al target di riferimento – magari con lo studio delle buyer personas – che al brand stesso che si vuole comunicare.La UX writing può davvero fare la differenza in una web strategy?Se il vostro motto è “user first”, la risposta è sì. Se non lo è, dovrebbe diventarlo! Un utente soddisfatto della sua esperienza di interazione con una interfaccia – che sia una pagina web, una app o un qualsiasi servizio digitale, come una newsletter – è un utente che prolunga volentieri la sua permanenza sul servizio e si predispone a effettuare conversioni.Al contrario, un utente che si imbatte in un sito con una grafica accattivante e dei contenuti interessati ma non è in grado di capire immediatamente come muoversi nella navigazione e come ottenere quello di cui ha bisogno, abbandonerà presto la pagina e cercherà altrove di soddisfare la sua necessità.Inoltre, la UX writing permette di rafforzare la brand identity poiché diventa la voce stessa con cui il brand si esprime. Tutto questo permette di “umanizzare” il processo di dialogo con gli utenti, personalizzando l’esperienza in base al carattere del brand e di conseguenza al target.Il tone of voice che adotterà lo UX writer di Spotify sarà sicuramente differente da quello di Amazon, ad esempio.Come si diventa UX writer?Come dicevamo, essere abili parolieri è un requisito indispensabile ma non sufficiente. La creatività non basta, occorre coniugarla a una profonda conoscenza del target e a competenze di analisi e interpretazione dei dati per monitorare la propria strategia ed essere pronti a metterla continuamente in discussione. Un professionista in questo campo lavora a stretto contatto con altre figure, come gli UX designer e i CRO specialist, che cooperano per garantire la migliore user journey. Inoltre, dovrebbe essere in grado di leggere una mappa di calore e di porre in atto frequenti A/B test per misurarsi con il feedback degli utenti.Indispensabile è anche almeno una conoscenza di base della SEO copywriting. Pensate, ad esempio, allo snippet di una pagina in SERP: il title e la meta description non sono altro che microcopy che devono catturare l’attenzione dell’utente e convincerlo, con indicazioni chiare e parlanti, a cliccare sul link. Se queste piccole porzioni di testo non vengono ottimizzate in ottica SEO, rischierete di non favorire il posizionamento di un contenuto valido e user friendly.Negli Stati Uniti, in Svezia e in Spagna – dove hanno sede corporazioni internazionali – quella dell’UX writer si è già affermata da pochi anni come una professione verticale e specifica.E in Italia? Si è iniziato a parlare di UX writing solo di recente, più in termini di metodologia che di vera e propria professione. Spesso – in realtà, quasi sempre – sono le stesse persone che si occupano di web strategy, copywriting e UX design ad approfondire le proprie competenze per la produzione di contenuti “user centered”.Conoscevate la UX writing? Chi di voi si è già confrontato con questo tipo di scrittura? Diteci la vostra nei commenti!


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SEO e Google Analytics: come e quali dati interpretare?

Vuoi sapere quali sono le metriche più importanti e come leggere i dati di Google Analytics? Ecco tutto quello che devi sapere per una efficace strategia SEO.La maggior parte di voi conoscerà già questo prezioso strumento gratuito fornito da Google per analizzare il traffico, gli obiettivi e il pubblico di una attività online e conoscere più da vicino gli utenti.Per coloro che si stanno ancora chiedendo cos’è Google Analytics, partiremo da una breve panoramica delle sue molte funzioni e potenzialità per poi entrare nel dettaglio e suggerirvi quali dati tenere maggiormente in considerazione. Cos’è Google Analytics e perché è uno strumento necessarioGoogle Analytics è un servizio di web analytics gratuito che fornisce statistiche dettagliate in merito alle prestazioni di un sito e alle caratteristiche dei visitatori. È uno strumento di cui non potete fare a meno, specialmente se vi occupate di un blog o di un marketplace, perché offre una enorme quantità di dati preziosi per improntare la vostra strategia di marketing online e migliorare l’ottimizzazione. Tra cui:Dati demograficiLocalitàUtenti nuoviCanali di trafficoTermini di ricercaNonostante si tratti di una piattaforma piuttosto intuitiva e facile da usare, per via della grande quantità di informazioni che Google Analytics è in grado di fornire, occorre sapere come leggere i dati e come interpretare le metriche a disposizione.Tenete presente che, prima di ogni cosa, dovrete registrarvi su Google Analytics con un account Google, configurare il vostro account e inserire il codice di tracciamento in ogni pagina del sito web, così da permettere la raccolta e la memorizzazione dei dati. Come leggere i dati di Google Analytics Cominceremo col dare una visione di insieme dei dati che si possono reperire direttamente nella Home page dello strumento, già sufficiente per avere una panoramica dell’andamento del sito in un arco di tempo personalizzabile e anche in tempo reale. Vediamo nel dettaglio alcune metriche:Utenti: questo indicatore rappresenta il numero di visitatori unici del vostro sito web, ovvero quegli utenti che non lo hanno mai visitato in precedenza.Sessioni: indica il numero di utenti che hanno visitato il sito. Una sessione Una Sessione Google Analytics scade quando il tempo intercorso tra un’interazione e la successiva è superiore ai trenta minuti. Cioè: la sessione scade se non c’è attività dell’utente per trenta minuti.Frequenza di rimbalzo: esprime la percentuale di utenti che ha abbandonato il sito dopo aver visitato una sola pagina. Questo dato non dovrebbe mai essere troppo alto, soprattutto per i siti di e-commerce, in quanto si lega a un basso tasso di conversione.Durata della sessione: stima una durata media delle sessioni degli utenti sul sito. Attenzione, però, a considerare che Analytics calcola il tempo che trascorre dalla prima azione (ovvero la prima visualizzazione di pagina) all’ultima azione: se un utente abbandona il sito senza aver compiuto nessuna attività, il tempo stimato sarà 0. Le sessioni hanno anche un orario di scadenza che è la mezzanotte. Se un utente sta navigando il sito dalle 23:45, la sua sessione terminerà alle 23:59:59 anche se continuerà ad interagire con il sito web. Alle 00:00:00 avrà dunque inizio una nuova sessione.Sulla Home page di Google Analytics sarete in grado di visualizzare anche una panoramica sintetica di altre informazioni, ad esempio relative al dispositivo dal quale gli utenti stanno visitando il vostro sito web oppure da quale località e anche quali sono le pagine più visitate.  Analisi del target: i rapporti sul PubblicoDalla scheda Pubblico di Google Analytics avrete una visione complessiva delle caratteristiche e dei comportamenti del vostro pubblico. Dalla panoramica si ottiene un quadro d’insieme sui dati demografici e le metriche di sessione, ma dal menu a tendina possiamo concentrare il focus su ciascuno di questi dati per avere un approfondimento delle metriche.In particolare, i rapporti “dati demografici” ,“dati geografici”, “dispositivi mobile” sono quelli maggiormente consultati: se i primi sono piuttosto intuitivi, i secondi riguardano le informazioni sugli utenti che visitano il vostro sito dalle aree geografiche selezionate come target della pubblicità, ma anche ottenere informazioni sugli utenti di altre aree geografiche che manifestano un naturale interesse per i vostri prodotti. Le informazioni sui dispositivi mobile ci permettono di avere dei dati sui dispositivi mobili vengono usati per interagire con i contenuti.Misurare l’efficacia della comunicazione multi-channel: i rapporti sull’AcquisizioneIn questa sezione è possibile avere informazioni sui mezzi e le sorgenti da cui provengono le visite degli utenti, quindi individuare da dove provenga maggiormente il traffico e dove intervenire. Le sorgenti indicano l’origine del traffico, ad esempio un motore di ricerca (come google) o un dominio (example.com). I mezzi sono le categorie generiche della sorgente, ad esempio la ricerca organica (organico), la ricerca a pagamento basata sul costo per clic (cpc), un referral web (referral).I canali di provenienza si dividono in:Organico: traffico derivante dalle ricerche sui motori;Traffico a pagamento: generato da campagne a pagamento, ad esempio su Google Ads;Referral: traffico proveniente dai link al vostro sito su altri siti;E-mail: traffico generato da tecniche di e-mail marketing;Direct: riferito agli utenti che approdano sul sito direttamente digitando l’URL nel motore di ricerca;Social: traffico proveniente dai canali social. I rapporti sul ComportamentoQuesta scheda vi presenta una serie di informazioni relative ai comportamenti degli utenti sul vostro sito, quindi alle pagine visualizzate, i contenuti del sito, la velocità e le ricerche. Tra gli elementi che troviamo in questa sezione, uno dei più interessanti è il flusso di comportamento. Questo è rappresentato da un diagramma di flusso che espone i percorsi del traffico, i “nodi” in cui questo viene trasferito nonché le pagine in cui si interrompe.Una pagina in cui il flusso si interrompe di frequente necessiterà sicuramente di provvedimenti per migliorare l’esperienza dell’utente e aumentare il tempo di permanenza sul sito, quindi anche le conversioni.ConversioniNella sezione Conversioni è possibile analizzare l’andamento del proprio e-commerce, tenendo sotto controllo entrate, tasso di conversione e valore medio degli ordini. Alcune metriche possono essere monitorate con il tracciamento eCommerce avanzato di Google Analytics, altre possono essere trovate sulle tabelle e impostandole su eventi personalizzati.Rapporto acquisto/dettaglioQuesta metrica è derivata da acquisti unici divisi per visualizzazioni delle pagine dei dettagli dei prodotti (Ecommerce avanzato). La si può trovare sotto: Ecommerce -> Rapporto rendimento prodottiQuesta metrica può aiutarvi a rispondere alla domanda:“Per quali prodotti è più probabile che gli utenti convertano/acquistino dopo avere guardato i dettagli?”Aggiunta di prodotti al carrelloQuesta è una metrica fondamentale poiché mostra il numero di volte che gli acquirenti hanno aggiunto prodotti ai loro carrelli. Può essere monitorata come parte di un tracciamento ecommerce avanzato o impostando il monitoraggio dell’evento associato con i clic degli utenti sui pulsanti di aggiunta al carrello.Quando si usa il tracciamento ecommerce avanzato questa metrica è disponibile sotto: Ecommerce->Analisi di acquisto->Rendimento elenco prodottiL’installazione di questa metrica dà la capacità di analizzare non solo quante volte i prodotti sono aggiunti al carrello ma anche perché alcuni prodotti hanno percentuali di conversioni in acquisto più alte di altri.Rimozione di prodotti dal carrelloQuesta metrica mostra il numero di volte che i prodotti sono stati rimossi dal carrello. Può essere monitorata come parte del tracciamento ecommerce avanzato o può essere impostata come un evento nel tracciamento degli eventi che monitorano specificamente la rimozione dei prodotti dal carrello. Dovresti cercare prodotti che sono aggiunti al carrello quindi rimossi più spesso degli altri.Pagamenti prodottiSimile ad “aggiunte di prodotti al carrello”, il rapporto Pagamenti prodotti mostra il numero di volte che i prodotti sono stati inclusi nel carrello. Il tracciamento Pagamenti Prodotti può essere impostato con il Tracciamento Ecommerce avanzato o con il Tracciamento eventi di clic sul pulsante “Vai in cassa”.Costo Per Acquisizione (CPA)Questa è una metrica essenziale che dovrebbe essere calcolata e misurata da due prospettive:Quale CPA ti puoi permettere, che al tempo stesso permetta alla tua attività di rimanere a galla?Qual è il tuo CPA attuale dopo i costi medi del traffico?Percentuale di acquisti ripetutiQuesto rapporto è collegato alla sopracitata metrica CLV (Valore del cliente nel tempo) ed è calcolato come gli acquisti da clienti abituali divisi per tutti gli acquisti sul sito per una data gamma di date. Permette semplicemente maggiori opportunità da una prospettiva di pianificazione media.Entrate per sessioneQuesta è una metrica fondamentale da misurare e monitorare, poiché consente di identificare e impostare correttamente il CPA (Costo-Per-Acquisizione) e il CPC (Costo-Per-Clic) del tuo negozio quando lanci una campagna di acquisizione di traffico basata su CPC/CPA.Sebbene avere più dati sia naturalmente sempre meglio di averne meno, una grandissima quantità di dati può frustrare e confondere anche gli analisti più esperti. Allineare il vostro obiettivo su specifiche metriche di rendimento è la sola possibilità di estrapolare le informazioni più pertinenti che davvero interessano e guidano il valore del business.E voi utilizzate Google Analytics? Quali sono i dati che ritenete più importanti per una strategia SEO? Ditecelo nei commenti!


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