SERP features: cosa sono e a cosa servono

Google si arricchisce e si evolve davanti ai nostri occhi con nuove funzioni che migliorano l’esperienza dell’utente.Ottimizzare un sito web è un’attività che richiede sforzo e dedizione. Oltre a monitorare gli analytics per capire quali aspetti del sito sono da migliorare e osservare il modo in cui agiscono i competitor, essere sempre aggiornati sulle novità del settore è fondamentale per ottenere risultati importanti.L’algoritmo di Google, infatti, viene costantemente aggiornato e l’attività di SEO si evolve insieme a lui. Nel corso degli anni si sono susseguiti aggiornamenti molto corposi ad aggiornamenti più leggeri che hanno cambiato radicalmente la SERP fino a renderla il “luogo” che tutti abbiamo imparato a conoscere. Se paragoniamo, infatti, una SERP del 2009 con una del 2019 vedremo come quest’ultima contenga caratteristiche che dieci anni fa non esistevano e l’elemento che salta più all’occhio sono le SERP features.Cosa sono le SERP features?Una SERP feature è un risultato della pagina di Google differente dal classico risultato organico, per intenderci quello costituito semplicemente da title, description e URL. Le feature che si possono incontrare durante la ricerca sono molteplici e diverse le une dalle altre.In generale le possiamo raggruppare in quattro categorie principali:Rich Snippet: si ottengono grazie all’implementazione dei dati strutturati all’interno del codice HTML della pagina web. Il risultato sarà uno snippet “arricchito” da vari elementi come immagini, mappe o stelline nel caso di prodotti o luoghi a cui poter dare un voto.Risultati Paid: sono i classici annunci che possiamo vedere in cima e in fondo alla pagina di ricerca o nella sezione Google Shopping. Sono facilmente riconoscibili grazie alla dicitura “Annuncio”.Risultati Universali: sono i risultati che compaiono insieme alla ricerca organica come il carosello di immagini e di video o le notizie relative a un certo argomento. Esistono poi tante altre particolari features come i tweet suggeriti o le domande correlate a un quesito. Un caso degno di nota è quello degli “snippet in primo piano” o “posizione 0”: si tratta di risultati che hanno lo scopo di introdurre subito il contenuto di una pagina prima ancora del relativo link. Sono inoltre i risultati che vengono pronunciati ad alta voce da Google Assistant quando si effettua una ricerca vocale.Knowledge Graph: sono i dati informativi che appaiono sottoforma di box nella colonna destra della pagina di ricerca. Lo scopo principale è dare all’utente l’informazione che sta cercando senza che vada ad aprire un link. I knowledge graph di solito riguardano ricette, valori nutrizionali di alimenti e informazioni su personaggi famosi.Un aiuto per l’utente, un vantaggio per i SEO (ma l’ostacolo è dietro l’angolo)Se quindi dal lato utente queste nuove funzionalità sono molto utili perché rendono la ricerca più agevole e rapida senza l’obbligo di cliccare su un risultato, dal punto di vista SEO le SERP features possono essere un grande vantaggio da poter sfruttare, ma in alcuni casi un vero e proprio ostacolo al traffico sul nostro sito.Immaginiamo, ad esempio, dopo tanta fatica di avere ottenuto la posizione 0 per una certa keyword. Dopo l’orgoglio e la soddisfazione del primo periodo, però, iniziamo a notare che le visite alla nostra pagina sono in calo rispetto al mese precedente e non sembrano intenzionate a migliorare. È evidente il fatto che, nonostante Google ci abbia riconosciuto come contenuto meritevole tanto da metterci in evidenza agli occhi dell’utente, le persone che cercano informazioni con la nostra keyword tendano a leggere il contenuto in SERP senza accedere al nostro sito.Non c’è bisogno di far notare come, in questo caso particolare, l’eccessiva ottimizzazione di un testo ci ha sì fatto ottenere una feature, ma ci ha anche paradossalmente provocato un danno anziché un vantaggio.Come posso ottenere una SERP feature per il mio contenuto?La risposta a questa domanda non è affatto banale. Partiamo con il dire che nessuno conosce esattamente come “ragiona” l’algoritmo di Google, quindi niente di tutto quello che si trova online sull’argomento è affidabile al 100%, inoltre un aggiornamento potrebbe radicalmente modificare ciò che era valido fino a poche ore prima, cancellando così ogni nostra convinzione.Si è visto, però, come ci siano delle pratiche che se eseguite con precisione possono portarci a ottimi risultati: tra queste sicuramente ci sono i già citati “dati strutturati”, ma anche banalmente rendere leggibile l’URL di una pagina o ottimizzare le dimensioni di un’immagine.


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Come misurare e migliorare le prestazioni di un sito web

Tra i valori più importanti per la SEO c’è sicuramente la velocità, o meglio la page speed, di un sito web. Un aspetto da non sottovalutare se volete creare un portale appetibile, sia per i motori di ricerca sia per attirare nuovi utenti. Molto banalmente, infatti, un contenuto che si carica più velocemente rispetto a un altro risulta maggiormente gradito al web.13Ma davvero all’aumentare della velocità di caricamento ci sono dei miglioramenti riguardo il posizionamento dei contenuti? Sì, e a confermarlo è il Webmaster Central Blog di Google. In pratica, vedendo che per gli utenti la page speed è fondamentale, a un certo punto Google ha deciso di inserirla tra i fattori attivi nel calcolo del ranking. Ma perché è così importante?Page Speed: i benefici a lungo termineLa velocità di caricamento è uno di quegli elementi che può influenzare la user experience dei vostri potenziali utenti. Un fruitore web, oltre a volere delle risposte precise alle proprie richieste, vuole anche che queste risposte siano il più rapide possibili.Un’eccessiva lentezza nel caricamento di una pagina del vostro blog o sito di e-commerce può portare a un’esperienza poco gradevole da parte dell’eventuale consumatore, che sarà orientato a cercare delle informazioni, in futuro, su un sito web diverso, poiché magari ritenuto più affidabile. Ne deriva, quindi, un potenziale danno d’immagine/brand per il vostro cliente.L’obiettivo, di pari passo all’alta qualità dei contenuti, dovrà essere l’ottenimento di una page speed ottimale. In questo modo contribuirete ad aumentare la profondità delle visite dei vostri clienti (es. la permanenza su una pagina sarà più lunga o saranno portati a visitare altre pagine dello stesso sito web). Questo principio vale anche per le conversioni: avete un sito di e-commerce e puntate a un aumento del fatturato? Un incremento della velocità di caricamento delle vostre pagine può essere fondamentale in tal senso.Il discorso diventa ancora più importante per la versione mobile di un sito web. Gli utenti si aspettano che la navigazione da mobile abbia la stessa stabilità di quella desktop. Cosa che può avvenire soltanto grazie a una continua ottimizzazione delle pagine, l’unica in grado di convincere il fruitore a non abbandonare anzitempo il vostro portale. Ma come si può misurare lo status di velocità di un sito web? Per farlo si può sfruttare Page Speed Insights, servizio messo a disposizione da Google.Page Speed Insights: come funziona e quali parametri utilizza Page Speed Insights vi permette di misurare la performance di una pagina web, sia mobile che desktop, attribuendo a questa un punteggio che va da 0 a 100: più il valore sarà elevato, più il sito presenterà prestazioni di qualità. Ma questo sistema di Google non si limita alla sola misurazione. Offre anche delle possibili soluzioni, calcolate tenendo conto di due parametri:Tempo di caricamento dei contenuti definiti (chiamato anche above the fold): si riferisce al tempo che trascorre dalla richiesta da parte del browser dell’utente alla fine del caricamento delle risorse che servono per reindirizzare la suddetta pagina.Tempo di caricamento complessivo della pagina: si riferisce al tempo che trascorre dalla richiesta di caricamento di tutti gli elementi che vanno a comporre la suddetta pagina.Ci sarebbe in realtà un terzo parametro: la velocità di connessione Internet a disposizione del singolo utente. Parametro però troppo soggettivo per poter essere considerato uno standard fisso di riferimento.A questo punto analizziamo i valori presi in considerazione da Google Page Speed Insights, cercando di capire come migliorarli:Redirect multipli per le versioni mobile di un sito: questi reindizzamenti di passaggio sono deleteri per il vostro portale web e vanno assolutamente evitati (es. indirizzo.com -> www.indirizzo.com -> m.indirizzo.com è un redirect pessimo).Compressione dei file: abilitarla può incrementare la velocità di un sito web. Questa viene effettuata in formato gzip prima del download degli elementi delle pagine da parte del cliente.Cache del browser: la cache può essere sfruttata per memorizzare le pagine statiche del vostro sito web, in modo tale da ridurre i tempi di caricamento complessivi.Ottimizzazione delle immagini: caricare delle foto compresse, di un certo formato e dimensioni, può dare il suo contributo per quanto riguarda la diminuzione della page speed.Minimizzazione delle risorse: HTML, CSS e Javascript sono tutti elementi che potete “accorciare” eliminando dei caratteri superflui all’interno dei file stessi. Il tempo di download sarà più breve.Evitare i plugins: alcuni sono davvero poco compatibili, soprattutto per la navigazione mobile. Meglio non farne abuso.Se volete aumentare la velocità di caricamento del vostro sito web quindi, affidarvi a Page Speed Insights è un buon punto di partenza.


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SEO Tool per una Keyword Research completa ed efficace


Saper fare una Keyword Research è essenziale quando parliamo di ottimizzazione dei siti web per i motori di ricerca: infatti, questa attività darà le basi al resto, come ad esempio l’architettura del menù e i contenuti testuali, sia del sito stesso che di un eventuale blog collegato ad esso.

Come spiegato precedentemente, per impostare una Keyword Research bastano pochi accorgimenti di base:

  • individuare il topic di riferimento e l’intento di ricerca degli utenti;
  • capire di quale tipologia di keyword si ha bisogno (informazionali, transazionali, etc.);
  • suddividere le keyword trovate in cluster di riferimento.

Dare il via a una ricerca di parole chiave “professionale”, come quella legate a un e-commerce, però non è semplice e non si può ridurre solo a queste tre indicazioni, si tratta di un lavoro articolato che deve essere fatto con i giusti strumenti.

Tool per fare una Keyword Research

Esistono diversi tool SEO, disponibili sia in versione gratuita che a pagamento, che sono in grado di dare supporto in questa attività. Il loro principale compito è quello di restituire una serie di keyword collegate alla tematica oppure alla keyword specifica che viene indicata inizialmente.

Come premesso prima, fare una Keyword Research efficace non è facile quindi vi consigliamo di non utilizzare un solo tool. Per quanto questo possa essere ben formulato non sarà sufficiente per individuare tutte le sfaccettature e le varie keyword correlate. Provate, quindi, a usarne almeno due e a trarre le vostre conclusioni in modo ponderato e logico senza affidarvi completamente a un unico risultato proposto da un strumento, che rimane pur sempre artificiale.

Keyword Planner di Google Adwords

Il Keyword Planner è uno dei tool più affidabili in quanto di proprietà di Google. Questo strumento nella versione gratuita restituisce un range di ricerca per keyword, ma in quella a pagamento il volume di ricerca mostrato è molto più specifico. Le operazioni che si possono fare con sono due:

  • Individuare nuove parole chiave
  • Ottenere volumi di ricerca e previsioni

Questo tool può essere utilizzato sia come punto di partenza per la ricerca di parole chiave, sia come strumento di monitoraggio dei volumi di ricerca storici, nonché delle previsioni sul possibile rendimento futuro.

La prima funzionalità, quella che vi interessa in questo momento, può essere utilizzata in diversi modi. Si possono inserire una o più parole chiave di partenza e poi analizzare di conseguenza tutte le correlate oppure inserire la URL del sito considerandolo per intero o solo per una specifica pagina.

Questo tool di Keyword Research ti permette anche di scegliere di visualizzare le keyword in base a lingua e località preimpostate, oltre che di conoscere i volumi in base a un periodo di ricerca selezionato.

Il risultato sarà una lista grezza di keyword correlate che potrai scaricare in formato Excel così da analizzare, filtrare, cancellare con facilità e rendere la tua ricerca di parole chiave completa e divisa per cluster.

Keyword planner

Il Keyword Magic Tool di Semrush

Anche Semrush, uno dei tool a pagamento più conosciuti nel campo della SEO, prevende una funzione di scouting delle parole chiave, in questo caso potrete scoprire il volume di ricerca organica e a pagamento, la funzionalità in SERP e il numero di URL mostrate per quella keyword. Ma non solo: potrete decidere se filtrare i risultati per una corrispondenza generica, esatta della parola oppure a frase, scegliere di mostrare tutte le keyword o solo quelle a forma di domanda e, infine, di escludere quelle che possono essere correlate, ma semanticamente lontane dall’intento di ricerca. Anche in questo caso sarà possibile scegliere la lingua di ricerca e la località così da evitare considerazioni errate sui volumi di parole che non riguardano la nazione da voi desiderata.

Nella parte sinistra della schermata dei risultati, Semrush restituisce una suddivisione in cluster dando il numero di keyword disponibile per gruppo. Nonostante in questo caso i filtri e le funzionalità online siano molti ti consigliamo sempre di scaricare i risultati in formato Excel e fare voi le vostre considerazioni e cluster.

Keyword Magic Tool Semrush

Ubersuggest di Neil Patel

A differenza di altri tool per la ricerca di parole chiave, Ubbersuggest si focalizza, invece che su keyword secche, su quelle a coda lunga cioè composte da più parole che ovviamente saranno più specifiche, con volumi più misurati, ma in linea con il trend di ricerca di oggi e del futuro: quello della Voice Search.

Più che per creare l’architettura del tuo sito questo strumento vi potrà dare interessanti spunti per i contenuti rispondendo in modo mirato alle query informazionali degli utenti e per capire i volumi di ricerca che girano attorno a un determinato argomento che potrebbe essere trattato nel blog del vostro cliente.

La ricerca parte come sempre da una keyword di base, anche in questo caso si possono impostare diversi flirti: selezionare la lingua di ricerca, includere ed escludere alcune keyword correlate, scegliere di visualizzare keyword solo con determinati volumi di ricerca e analizzare la loro SEO Difficluty (la concorrenza stimata nella ricerca organica).

Oltre a restituirvi le keyword suggerite, Ubersuggest mostra anche una panoramica della SERP che per ogni risultato mostra a sua volta:

  • traffico organico mensile;
  • numero di backlink;
  • un domain score, dato dal tool;
  • condivisioni social.

Tutti gli output sono scaricabili in Excel per darvi la possibilità di modificare, aggiornare e fare tutte le analisi di cui avete bisogno.

Il tool è completamente gratuito, ma una volta registrati si aggiungono delle funzionalità, come ad esempio: un numero maggiore di keyword correlate, il monitoraggio giornaliero del ranking delle parole chiave selezionate e consigli SEO personalizzati.

Ubersuggest Neil Patel

Answer The Public

Answer The Public è un tool SEO per Keyword Research che propone un grafico circolare ogni volta che si inserisce una parola chiave di partenza. L’output è composto da informazioni legate ai suggest di Google: preposizioni, domande o comparazioni legate alla keyword iniziale. Queste vi saranno molto utili se il vostro cliente ha un webzine, un blog oppure un sito informazionale con molti contenuti mentre sarà più complesso utilizzarle ad esempio per capire come creare l’architettura del menù.

Il grafico mostrato può essere scaricato sia come immagine, da mostrare al vostro cliente o in una presentazione, sia in Excel per essere manipolato in modo semplice e veloce.

Answer the public

Nella versione gratuita si possono scegliere solo in quale lingua ricevere i suggerimenti mentre con la versione pro potrete anche scegliere di visualizzare risultati per località, escludere alcune keyword o sezioni, salvare report, immagini in alta risoluzione e comparare le tue ricerche.

Non esiste quindi un tool per la Keyword Research adatto a tutti, ma ognuno può apportare considerazioni importanti alla vostra ricerca. Scegliete sempre di combinare almeno due strumenti se l’intento è quello di avere un risultato omogeneo ed efficace e ricordatevi di trarre le vostre conclusioni a prescindere dai cluster o dalle query proposte.



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Landing page: gli elementi per renderla efficace


Sia che vogliate ricevere lead sia che vogliate portare l’utente a comprare un prodotto, la creazione di una landing page deve essere fatta con molta attenzione.

La creazione di una landing page ha un ruolo fondamentale nel funnel di acquisto. Realizzare una landing page efficace, infatti, può essere la chiave di volta che trasforma un utente in un cliente. Le landing page, quindi, spingono l’utente a compiere l’azione desiderata, come lasciare i propri contatti, completare un form, scoprire maggiori dettagli su un prodotto o fare un acquisto.

Se in un sito la home page è una pagina meno focalizzata verso un’azione concreta e funge più da vetrina, una landing page deve riuscire a generare traffico e a dirigerlo verso pagine specifiche. Per far sì che questo avvenga, la pagina dovrà essere strutturata con cura e attenzione a seconda dell’obiettivo che attraverso essa si vuole ottenere.

Costruire una landing page

La prima cosa da fare quando si decide di creare una landing page è stabilire l’obiettivo per cui si vuole realizzare quella pagina. Con un obiettivo chiaro e preciso in mente sarà più facile anche sapere quali elementi inserire nella landing page e come convincere gli utenti a intraprendere una data azione.

Solitamente, l’obiettivo di una pagina di questo tipo può essere:

  • un download;
  • l’iscrizione alla newsletter o a un evento;
  • la sottoscrizione di un servizio;
  • la richiesta di contatto.

Una volta scelto l’obiettivo, il passo successivo è la definizione della Unique Selling Proposition. La USP deve spiegare qual è l’elemento distintivo del brand, la caratteristica più importante del prodotto o del servizio che volete vendere e che differenzia la vostra proposta dalle altre presenti sul mercato rendendola la migliore da scegliere.

La USP di una landing page, quindi, deve dare risalto a un vantaggio che si può ottenere e che può fare la differenza per il pubblico di riferimento. La USP ideale deve spiegare in che cosa il brand o il prodotto è unico o diverso, perché l’utente dovrebbe sceglierlo e quali i sono i benefit che ne derivano. Inoltre, deve essere specifica, concisa e d’impatto.

Gli elementi di una landing page

Dalla definizione dell’obiettivo dipendono tutte le decisioni successive: quali sono gli elementi da inserire all’interno della landing page e quali le frasi utili per convincere l’utente a compiere un’azione facendogli superare le paure che lo separano dal raggiungimento dello scopo finale.

Ma quali sono gli elementi principali da inserire all’interno di una landing page?

  • Headline: il titolo è fondamentale in qualsiasi landing page. Deve contenere la USP individuata in precedenza e deve essere in grado di attrarre l’utente convincendolo a continuare quanto previsto dalla pagina di destinazione. Per assolvere questo compito il titolo dovrà essere breve e chiaro, descrivendo il prodotto o il servizio che si vuole offrire in maniera sintetica, diretta e interessante.
  • Sottotitolo: serve a dare alcune informazioni in più e si configura come un headline, leggermente più lungo, ma pur sempre minimal.
  • Corpo del testo: nella prima parte della landing page si dovranno dare all’utente tutte le informazioni più importanti rispetto all’azione che si vuole che questo compia in modo che il primo scroll della pagina sia piuttosto leggero. Solo successivamente saranno inseriti testi più lunghi ed esplicativi che possano presentare tutti i benefici e i vantaggi che l’utente potrebbe avere compiendo l’azione richiesta.
  • Immagini e video: gli elementi grafici sono importantissimi per una landing page perché permettono di veicolare in modo semplice, efficace e ingaggiante la personalità di un brand. L’immagine o il video scelti devono catturare l’utente e possono dimostrare il funzionamento di un prodotto o riportare le testimonianze di clienti a supporto della qualità e validità del prodotto/servizio stesso.
  • Call to action: una volta atterrato sulla pagina, infatti, l’utente deve essere in grado di sapere come muoversi all’interno della stessa e quindi i bottoni di call to action sono fondamentali per raggiungere questo scopo. La call to action deve essere incisiva, empatica e potente in modo da convincere l’utente a fare un’azione.

Analizzare i risultati di una landing page

Una volta che la landing page sarà pronta e sarà online, analizzare i risultati è fondamentale per capire se il progetto sta raggiungendo le performance che ci si aspettava. Bisognerà, quindi, temere monitorato il traffico in entrata verso la landing page, il tasso di conversione e quello di rimbalzo.

Per farlo potranno venirvi in aiuto alcuni tool come HotJar che permette di implementare delle heat map che simulano il comportamento degli utenti sul sito e di ottenere informazioni utili in merito a click sugli elementi della pagina, i movimenti del mouse e gli scroll.

Inoltre, potrete compiere sulle landing page degli A/B test provando a vedere se, con la modifica di alcuni elementi sulla pagina, cambia anche il comportamento del pubblico e le conversioni migliorano: potrete sperimentare varianti di layout, colori e immagini, differenti copy per i testi e per il bottone della call-to-action trovando la soluzione più efficace.

Quindi le tipologie di landing page sono varie e devono essere calibrate in base al brand, alle sue esigenze e all’obiettivo che si vuole raggiungere. In generale, però, alcuni elementi devono essere sempre presenti ed è importante valutarli con attenzione per far sì che la landing page sia efficace.

 



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Guest post, quello da sapere per una strategia


Ospitare contenuti redatti da blogger all’interno del proprio sito aiuta ad aumentare l’autorevolezza e favorisce un incremento del traffico. Ecco come sfruttare tutti i vantaggi del guest posting.

Per un’efficace strategia di Content Marketing è fondamentale capire quali sono gli obiettivi che si vogliono perseguire e quali formati o tipologie di contenuto possono essere le più adatte: questo sia per incontrare i bisogni del proprio pubblico sia per raggiungere i propri goals.

Alcuni esempi di formati che possono andare a integrarsi all’interno della propria comunicazione? Articoli, infografiche, video, motion graphic, contenuti scaricabili, guest post. Concentriamoci proprio su questi ultimi e scopriamo di cosa si trattano.

Cosa sono i guest post

Un guest post è un contenuto redatto da un Content Creator con l’obiettivo di essere pubblicato all’interno di un blog o magazine appartenente a terzi. In questo senso, un’azienda può instaurare una collaborazione con blogger o influencer il cui frutto è un articolo, o magari un video, che potrà essere pubblicato con la firma del collaboratore.

Perché l’attività possa portare i risultati auspicati, è fondamentale che a scrivere il contenuto sia una personalità autorevole e che possa apportare un contributo fondamentale alla comunicazione. Il piano editoriale del vostro blog, quindi, vanterebbe articoli che portano il nome di chi è riconosciuto dalla community come esperto del settore.

Quali sono i vantaggi del guest posting?

Dopo aver scoperto cosa sono i guest post, approfondiamo ora quali sono i vantaggi e, in particolare, quale supporto possono dare alla propria strategia di Content Marketing.

  • Autorevolezza: questo sia per chi scrive sia per il blog che ospita il contenuto. Come dicevamo è importante selezionare una personalità di spicco del settore di riferimento, questo aiuta a migliorare il percepito del brand e dell’articolo.
  • Visibilità: affiancare alla produzione di guest post anche un piano di condivisioni sui canali social della personalità coinvolta permette di raggiungere un pubblico più ampio. I follower e i fan del blogger scopriranno il magazine e potranno interessarsi ai suoi contenuti. I follower dei blogger, inoltre, sono solitamente affezionati lettori; questo garantirà di raggiungere una fanbase fidelizzata.

Guest post di influencer per blog

L’aumento di visibilità potrebbe influenzare anche l’acquisizione di nuovi potenziali clienti, che potrebbero entrare in contatto con il brand proprio grazie a quest’attività.

  • Backlink: prima della pubblicazione del contenuto potrebbe essere interessante chiedere al blogger di presentare la collaborazione all’interno del proprio sito, inserendo quindi link al magazine. Inoltre, le condivisioni social permetterebbero di posizionare il link al contenuto su tutti i diversi canali.

Ricevere un link da un blog riconosciuto come autorevole e che tratta tematiche inerenti a quelle del proprio business è interpretato positivamente da Google.

  • Aumentare il bacino di follower social: attraverso le condivisioni social i blogger menzioneranno l’account della vostra azienda, questo permetterà di dare visibilità alla pagina, invitando gli utenti a visitarla.
  • Diversificazione del piano editoriale: pubblicare contenuti redatti da blogger autorevoli permette di ospitare articoli con punti di vista differenti e capaci di vivacizzare la comunicazione. Dai guest post e dalle collaborazioni con i blogger possono nascere, inoltre, interviste e contenuti speciali.

Per concludere, come massimizzare i risultati del guest posting

Dare vita a strategie di Content Marketing che coinvolgono anche blogger e influencer influisce positivamente sul percepito del brand e può supportare il sito anche da un punto di vista di posizionamento.

Per massimizzare i risultati ricordate sempre alcuni passaggi fondamentali.

  • Scouting: la selezione dei profili che andranno ad associarsi al proprio brand deve essere fatta in modo accurato e guardando ai valori che si vogliono diffondere. Non solo, ricordate di analizzare il target e la fanbase oltre che i dati Analytics e gli insights social.
  • Brief: fornire un brief dettagliato permette di ottimizzare il tempo-lavoro e avere a disposizione contenuti che rispettano la linea editoriale del magazine. Ai fini di questa attività resta però importante permettere al blogger di esprimere la propria personalità.
  • No alle marchette: i guest post devono permettere agli utenti di approfondire tematiche di interesse. I follower della personalità scelta non vorranno leggere contenuti prettamente legati ai prodotti offerti dal vostro brand, ma scoprire il suo punto di vista su argomenti più ampi. I riferimenti al prodotto dovranno esserci, ma dovranno integrarsi nel testo in modo coerente (o perché non pensare a dei banner grafici?).



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Copia cache di Google: perché è importante


Quando avviamo un’attività di ottimizzazione di un sito web limitarsi ai contenuti e ai meta tag può non bastare: a volte è necessario intervenire ad un livello superiore per ottenere risultati anche nella cache di Google.

La prima pagina di Google è un agguerrito campo di battaglia in cui SEO Specialist di ogni tipo si sfidano a colpi di keyword e meta tag al fine di scalare la SERP e raggiungere la tanto desiderata prima posizione. Le attività che vengono svolte per migliorare il posizionamento di un sito web sono tante e differenti le une dalle altre, ma spesso, nonostante tutte le energie spese nell’ottimizzare meta tag e content box, può capitare di non riuscire a ottenere risultati di rilevo. In questi casi il problema potrebbe essere riconducibile alla struttura del sito stesso e controllare la cache di Google potrebbe essere la prova del nove che stavamo cercando.

Ma cos’è la cache? E soprattutto perché è così importante monitorarla in maniera costante?

La cache in ambito informatico

Prima di spiegare nel dettaglio cos’è e a cosa serve la cache di Google è bene sapere cosa si intende in informatica quando si parla di cache. La cache è un’area di memoria estremamente veloce e dalle dimensioni piuttosto contenute volta a immagazzinare dati che devono poter essere riutilizzati nel breve periodo.

Vi sarà sicuramente capitato di tornare alla home del tuo smartphone senza chiudere un’applicazione, riaprirla a distanza di qualche minuto e di ritrovarvi davanti esattamente l’app per come l’avevate lasciata. Tranquilli, non si tratta di magia o stregoneria: nel momento in cui l’applicazione è stata messa in background, il sistema operativo dello smartphone ha immagazzinato nella sua memoria cache alcuni dati che sono stati poi recuperati al momento della riapertura dell’applicazione.

Il concetto su cui si basa il funzionamento di Google Cache è esattamente lo stesso, ma in termini molto più grandi e con una sfumatura differente.

Google Cache: cos’è e a cosa serve

Se la memoria cache di un dispositivo raccoglie dati che hanno a che fare con le applicazioni e i programmi in funzione, nel caso di un motore di ricerca i dati immagazzinati riguardano siti: questi dati non sono altro che copie HTML di pagine web, già presenti all’interno dell’archivio di Google, che vengono create nel momento stesso in cui queste vengono analizzate dal Googlebot.

Quindi, la cache di Google non è altro che un enorme magazzino costituito da “istantanee” di pagine web. Ma a cosa servono? E perché Google le conserva? Come ci viene detto da Google stesso, l’obiettivo primario di questa pratica è avere “una copia di backup qualora la pagina richiesta non fosse disponibile”. Così facendo, anche in caso di rimozione della pagina dal sito o di qualsiasi altro tipo di errore, l’utente avrà comunque la possibilità di visitare la web page, se pur in una sua versione non aggiornata.

La cache di Google e i SEO: un rapporto complicato

Tutto rosa e fiori penserete voi…e invece no! Sì perché se da un lato la copia cache di Google è un ottimo strumento di supporto all’utente, dall’altro può diventare un vero e proprio incubo dei SEO, soprattutto per chi gestisce siti con un’alberatura complessa.

L’aggiornamento di una pagina all’interno del database di Google è infatti uno degli indicatori che incidono sul posizionamento in SERP. Sappiamo che Google fatica a indicizzare pagine che si trovano oltre il 4° livello, di conseguenza anche aggiornare la copia cache di queste pagine deve essere molto difficile.

Ogni volta che il bot crea la copia cache di una pagina, specifica al suo interno anche data e ora di creazione: controllare ogni quanto le pagine del nostro sito vengono “cachate” può quindi essere un ottimo indicatore per capire se l’architettura del sito sia o meno funzionale per il motore di ricerca. Una volta verificata la data di creazione della copia cache (e quindi anche la data del passaggio del bot) avremo modo di fare le nostre valutazioni e, se necessario, lavorare direttamente sulla struttura del sito così da rendere gli aggiornamenti dell’archivio di Google più agevoli e migliorare la nostra immagine agli occhi del motore di ricerca.



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Meta description: come ottimizzarle e renderle accattivanti


La meta description è uno dei meta tag SEO più sottovalutati. Non essendo un fattore in grado di impattare direttamente sul ranking, molto spesso la “descrizione SEO” di una pagina viene scritta senza l’accuratezza che questa si merita.

  

Prima di tutto… che cos’è la meta description e perché è così rilevante?

La meta description è una breve porzione di testo che i motori di ricerca mostrano all’interno della SERP per fornire a chi ha effettuato la ricerca una preview di ciò che troverà nella pagina. Bisogna evidenziare, però, che non sempre i search engine mostrano la description suggerita: a volte può capitare che questi estrapolino una porzione di contenuto dalla pagina che ritengono migliore come preview del contenuto; nonostante questo, si suggerisce di compilare sempre questo campo.

La meta description è un meta tag perché, a livello di struttura HTML della pagina, si colloca all’interno della sezione <head> e non all’interno del <body> (dove invece si trova tutto il contenuto che risulterà visibile in pagina). Si scrive così:

<meta name=”description” content=”Breve descrizione del contenuto in pagina”/>

Molto spesso lo snippet di una pagina web (il blocco che include title, meta description e URL della pagina in SERP) è il primo touchpoint tra utente e brand. Pensate a quante volte avete scoperto un blog o un e-commerce a cui vi siete affezionati dopo aver effettuato una semplice ricerca di informazioni o di un prodotto.

ricerca SERP

Questo semplice esempio fa capire quanto sia essenziale catturare l’attenzione dell’utente e indurlo a cliccare sul risultato del nostro sito piuttosto che su quello di un competitor. E più persone cliccano sul nostro risultato, più aumenta il Click Through Rate (il rapporto tra visualizzazioni della pagina in SERP e il numero di click).

Ecco qualche suggerimento per ottimizzare la meta description e far spiccare le proprie pagine web in SERP.

1. Meta description brevi, ma ricche di significato

Le persone hanno una soglia dell’attenzione molto bassa e i motori di ricerca tendono a troncare il testo dopo circa 155-160 caratteri.

Per questo motivo, non gettatevi nella scrittura di questo meta tag senza prima esservi chiesti:

  • Per quali parole chiave potrebbe posizionarsi la pagina di cui voglio ottimizzare la meta description?
  • Qual è l’intento che si cela dietro a questo set di keyword?
  • Quali sono i concetti correlati alle keyword individuate?
  • Quali sono i vantaggi che posso offrire all’utente?

È importante far capire all’utente che i contenuti sulla nostra pagina sono completi e migliori di quelli dei nostri competitor. Se avete impostato la Search Console sul vostro sito quest’operazione è ancora più semplice. Potete scoprire le query che portano traffico alle singole pagine e individuare così le aspettative degli utenti che hanno effettuato la ricerca.

Prendiamo una query come [treno da torino a milano] e analizziamo questo risultato in SERP:

analisi snippet

Intento di ricerca:

  • Trovare informazioni sulla tratta Torino-Milano via treno.

Concetti correlati alla query:

Vantaggi:

  • Acquisto anticipato del biglietto
  • Possibilità di accedere a delle offerte

Tutti questi dettagli sono presenti nella meta description analizzata ed è per questo un ottimo esempio di come questo meta tag andrebbe realizzato. Al contrario, un testo generico come: “Cerchi informazioni sul treno da Torino a Milano? Clicca qui per scoprire tutto ciò che ti serve e inizia a programmare il tuo viaggio.” non risulterebbe ugualmente accattivante.

2. Meta description che si distinguono dalla massa

Ormai in SERP troviamo di tutto: featured snippet, mappe, gallerie di immagini selezionate da Google Images… e molto altro. Per far emergere la propria pagina web, dunque, bisogna ricorrere ad ogni possibile soluzione. Ad esempio, per ottimizzare la meta description e far spiccare lo snippet in SERP potrete:

  • inserire le keyword più attinenti al contenuto e sinonimi;
  • inserire le emoji;
  • implementare i dati strutturati.

Inserire le keyword più attinenti al contenuto e sinonimi

Compilate la meta description inserendo in maniera naturale quella che secondo voi è la keyword più attinente al contenuto della pagina. E non dimenticate di inserire anche sinonimi, termini correlati o diverse declinazioni della query: nel momento in cui l’utente effettuerà la propria ricerca, se i termini contenuti nella description sono semanticamente legati alla sua query allora questi saranno evidenziati in grassetto, come nell’esempio precedente.

Inserire le emoji

Non è un consiglio valido per ogni business (difficilmente questa cosa si può applicare in ambito luxury/fashion) ma in molti casi l’uso delle emoji può essere un potete strumento per far spiccare il proprio risultato in SERP.

eBay applica questo trucco in molte pagine-categoria e lo fa per evidenziare in maniera schematica i vantaggi:

analisi snippet emoji

Implementare i dati strutturati

Questo in realtà non è strettamente relativo alla meta description in sé, ma permette di far risaltare lo snippet e contribuire così all’aumento del Click Through Rate.

L’implementazione dei microdati permette di definire nel dettaglio gli elementi che si trovano in pagina. All’interno di una scheda-prodotto, ad esempio, è possibile attribuire specifici tag agli elementi più rilevanti vista la natura della pagina: nome del prodotto, brand, prezzo, rating, immagine del prodotto, ecc.

In base alla query dell’utente, sarà il motore di ricerca a decidere quali informazioni mostrare. Vi sarà certamente capitato di notare in SERP le “stelline” relative al rating di un prodotto o di un articolo, oppure un’immagine di preview a lato della description: si tratta di elementi che non necessariamente richiedono l’uso di dati strutturati per apparire nello snippet, tuttavia è possibile aumentare le probabilità che questi vengano mostrati attraverso l’implementazione dei microdati.

analisi snippet microdati

microdati rating

Provate subito a ottimizzare le vostre meta description utilizzando questi semplici trucchi e vedrete che il Click Through Rate sulle vostre pagine aumenterà nel corso di poche settimane. E se volete farvi un’idea di come il vostro nuovo snippet potrà apparire in SERP potete provare a utilizzare questo tool: Google SERP Snippet Optimization Tool.



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Google Discover e la Search Console


Cos’è Google Discover, come si ottimizzano i contenuti e come si monitora il suo traffico dalla Search Console

Chi di voi gestisce un sito legato al mondo di Google News si sarà trovato spiazzato quando nella giornata del 10 aprile sulla Search Console è apparsa la nuova voce “Discover”. Google ha infatti deciso di inserire una nuova feature nel pannello della Search Console con lo scopo di dividere rilevanti dati statistici e rispondere a domande come:

  • quante volte il mio sito viene visto dagli utenti che usano Google Discover? A quanto ammonta il traffico generato?
  • Quali tipi di contenuto performano meglio su Google Discover?
  • In che modo lo stesso contenuto performa in maniera diversa su Discover rispetto ai risultati di ricerca tradizionali?

Forse, però, è opportuno fare un passo indietro e spiegare meglio che cos’è Google Discover.

Cos’è Google Discover?

Discover è una funzione di ricerca di Google disponibile solo per mobile e la cui fruizione è fornita dalla App del Brand. Discover nasce per aiutare gli utenti a rimanere aggiornati su tutti i loro argomenti preferiti, senza bisogno di digitare una specifica query: gli utenti possono interagire con la funzionalità Discover tramite la home page mobile di Google.com o passando direttamente dalla schermata iniziale sui telefoni Pixel.

Questa funzionalità lanciata nel 2017 è cresciuta in modo esponenziale, si contano ad oggi oltre 800 milioni di utenti attivi mensili che interagiscono con contenuti di vario genere quali: articoli, video e altri contenuti riguardanti argomenti di loro interesse. Man mano che l’utente interagisce con Discover può indicare costantemente a Google le sue preferenze circa l’interesse o meno a determinate tematiche.

Il lato positivo di Google Discover è che non si limita a proporre unicamente contenuti nuovi, ma apre le porte anche a informazioni più datate, perché ha come intento quello di proporre formati in target con gli interessi dell’utente indipendentemente dalla data di pubblicazione.

A questo punto potrebbe interessarvi capire come ottimizzare un contenuto per Google Discover.

Come ottimizzare i contenuti su Google Discover?

L’ottimizzazione dei contenuti per Discover non è così semplice come potrebbe essere per una pagina che vuole posizionarsi in SERP da desktop o mobile. Non perché si debba usare una tecnica particolare, ma perché ci sono poche possibilità di “giocare” con le regole dell’algoritmo. Il ranking dei contenuti in Discover, infatti, dipende da un algoritmo di Google che organizza e gestisce ciò che un particolare utente potrebbe ritenere più interessante nell’insieme dell’offerta proposta dai diversi contenuti.

L’algoritmo, che analizza i contenuti di un articolo, lavora sulla corrispondenza di questi con un argomento di interesse indicato dall’utente, pertanto non ci sono metodi che consentono di migliorare il ranking delle pagine dei vostri contenuti, se non quello di pubblicare contenuti che ritenete possano essere di interesse per gli utenti.

Per includere le pagine dei vostri siti all’interno di Google Discover non occorrono tag speciali o particolari dati strutturati. I contenuti saranno idonei a essere inclusi in Discover semplicemente se Google le indicizza e soddisfano le norme relative ai contenuti di Google News.

Come ottimizzare quindi i contenuti su Google Discover? La risposta è molto semplice: scrivete per l’utente, rispettando due linee guida:

  • scrivere e pubblicare contenuti che possano interessare alle persone: cosa cercano gli utenti? Quale argomento attira la loro attenzione? Come lo cercano? Cosa vogliono sapere esattamente di un tema?
  • utilizzare nei contenuti immagini di alta qualità che abbiano una dimensione di almeno 1200px e Google abbia l’autorizzazione alla pubblicazione. Nella sua pagina di supporto Google dice:

“I publisher registrano un aumento del 5% nella percentuale di clic, del 3% per il tempo trascorso sulle loro pagine e un aumento del 3% della soddisfazione degli utenti quando le schede di Discover includono immagini di grandi dimensioni, anziché miniature.”

(cit. https://support.google.com/webmasters/answer/9046777?hl=it)

Cos’è Discover in Search Console

Come anticipato all’inizio di questo articolo, Discover è il nuovo rapporto di Search Console che viene mostrato ai siti Web che hanno ottenuto visibilità significativa in Discover negli ultimi 16 mesi, per questo motivo non è abilitato per tutti i siti web. I dati mostrati a oggi risalgono fino a Marzo 2019, quindi un mese prima rispetto a quando è stata lanciata la realise.

Google Discover

Questo report può essere utile per capire come ottimizzare la strategia dei contenuti del vostro sito e aiutare gli utenti a trovare informazioni interessanti e coinvolgenti, siano esse nuove e di attualità o informazionali ed evergreen. Infatti, questo report offre informazioni che riguardano la frequenza con la quale un contenuto viene visualizzato dagli utenti e quale traffico generano queste visite, è quindi possibile capire quali contenuti hanno il miglior rendimento.

Cosa mostra il report Discover in Search Console

Il report di Discover serve a condividere statistiche pertinenti sul traffico. Vi è una versione predefinita e standard che però può essere personalizzata in base alle esigenze. La visualizzazione predefinita mostra clic, impressioni e CTR media.  È possibile applicare filtri che permettono di confrontare dati in termini di tempo di country o URL, come nello screen riportato di seguito.

Report Google Discover

Google segnala, però, che “tutte le metriche della pagina sono assegnate all’URL canonico e non alla pagina in cui l’utente viene indirizzato quando fa clic su un risultato di Discover”. Questo vuol dire che, nel caso di pagine AMP e desktop, ci saranno valori relativi solo alla proprietà desktop, in quanto è quella canonica.

Per concludere, questo strumento risulta essere fondamentale per le strategie SEO e Content Marketing. Infatti, sapere che i feed di Google Discover stanno portando traffico al sito è un’informazione importante per decidere di massimizzare gli sforzi su questo  su questo canale.

 



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Quality rater guidelines: gli standard di qualità di Google


Quality rater guidelines: le novità dell’edizione luglio 2018

Le linee guida dei quality rater subiscono periodicamente degli aggiornamenti. L’edizione 2018, l’ultima rilasciata, presenta due principali variazioni di cui è importante tenere conto:

  • reputazione dell’autore del contenuto;
  • “Beneficial purpose”.

Reputazione dell’autore del contenuto

L’edizione 2018 annovera per la prima volta la ricerca della reputazione del content creator; la ricerca di informazioni relative alla qualità della pagina non riguarda più dunque solamente il sito in sé, ma anche l’autore del contenuto presente nella pagina stessa.

Questo richiede ai siti web di mettere in maggior risalto biografie e informazioni relative agli autori di articoli e contenuti, soprattutto se nel contesto generale del sito non è chiaro chi si celi dietro a essi.

Da notare, quindi, come questo possa avere in futuro un notevole impatto sulle decine di blog presenti nel web e, soprattutto, sui siti che trattano tematiche YMYL:

“For YMYL pages and other pages that require a high level of user trust, an unsatisfying amount of any of the following is a reason to give a page a Low quality rating: customer service information, contact information, information about who is responsible for the website or information about who created the content.”

Beneficial purpose

Un’ulteriore novità riguarda lo scopo del contenuto e in particolare il valore e l’utilità della pagina oggetto di analisi.

Si fa maggiore uso del termine “beneficial”, come a intendere che la pagina non deve essere solamente utile, ma deve anche giovare alla navigazione dell’utente: una differenza sottile che tuttavia nasconde moltissime implicazioni.

Un sito basato sulla pubblicazione di video divertenti, ad esempio, non deve solo facilitare la riproduzione del filmato, ma deve anche offrire agli utenti la possibilità di condividere la pagina in maniera semplice e intuitiva.

Takeaway per la produzione dei contenuti

Qualche consiglio per aiutarvi a realizzare contenuti a prova di quality rater.

  • Riflettete sullo scopo della pagina che volete creare: ha una reale utilità? Che tipo di interazione può avere l’utente con la pagina? In che modo possiamo garantirgli la migliore esperienza possibile, soprattutto su mobile?
  • Pensate alla tipologia di contenuto da mostrare, e al livello di effort ed esperienza che occorre investire nella sua creazione. Si tratta di una tematica che richiede il coinvolgimento di un esperto del settore, oppure è sufficiente la everyday life experience di un semplice contributor del sito?
  • Selezionate le parole chiave più attinenti alla tematica della pagina e assicuratevi che il contenuto risponda nella maniera più precisa possibile all’intento che si cela nelle relative query. Volete avere un riscontro tangibile su questo? Scoprite come utilizzare HotJar in ottica SEO!
  • Prestate particolare attenzione a mettere in evidenza l’autore del contenuto e relativi collegamenti a bio o altre informazioni, soprattutto in caso di pagine YMYL.

N.B. se il vostro blog di salute ospita un medico del quale non si trovano evidenze sul web (ad eccezione del vostro sito), considerate una strategia volta all’incremento della sua popolarità professionale su siti di settore: a beneficiarne saranno anche i vostri contenuti.

Comprendere le linee guida seguite dei quality rater nella valutazione di un contenuto è fondamentale per rimanere al passo con gli standard di qualità di Google e di conseguenza consolidare il proprio posizionamento in SERP. Provate a leggere l’intero documento, che potete trovare qui, e buona creazione di contenuti!

 Puoi trovare la terza parte dell’articolo qui. 



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dalla definizione dell’obiettivo alla misurazione del kpi


I 5 step fondamentali da seguire per costruire una strategia di Content Marketing vincente

Quando parliamo di Content Marketing ci riferiamo a quel ramo del marketing che si occupa della creazione e diffusione di contenuti in grado di intercettare bisogni specifici degli utenti, per istruirli e creare una relazione di fiducia che duri nel tempo.

In un’epoca in cui gli utenti online sono sempre più sommersi da informazioni di ogni tipo, trovare la strada giusta per catturare la loro attenzione e favorire la visibility di un Brand non è affatto semplice e scontato. Per emergere e riuscire in quest’impresa dovrete, quindi, ampliare la vostra presenza online. Ed è proprio in questo scenario che può tornarvi utile il Content Marketing e la realizzazione di contenuti accattivanti e di qualità… d’altronde, si sa, content is the king!

Ma come realizzare una strategia davvero in grado di apportare benefici al vostro Brand? Vediamo insieme i 5 passi fondamentali per dar vita a una Content Strategy di successo.

Step 1: definite degli obiettivi SMART

Un buon marinaio non salpa mai senza aver prima definito la propria rotta, sapete perché?

Semplice, perché non potete raggiungere nessuna meta se non sapete dove state andando. Per questo motivo è fondamentale visualizzare il vostro cammino e stabilire a monte degli obiettivi a breve, medio e lungo termine prima di definire la vostra Content Strategy.

Gli obiettivi che una strategia di Content Marketing può aiutarvi a raggiungere sono molteplici e differenti in base alla fase del funnel in cui vi trovate e ai formati che intendete utilizzare.

Ognuno di questi obiettivi, però, deve necessariamente essere:

  • Specific
  • Measurable
  • Achievable
  • Result-oriented
  • Time-Bound

Step 2: studiate il vostro target

Una volta definita la rotta e i vostri obiettivi, dovrete passare all’analisi del target così da conoscere i vostri consumatori (o potenziali tali): solo studiando i loro gusti, interessi e abitudini, infatti, sarete in grado di offrirgli dei contenuti realmente utili e rilevanti.

Che età hanno gli utenti che voglio intercettare? Dove vivono? Quali sono le loro abitudini di navigazione? E quelle d’acquisto? Che tipologie di contenuti fruiscono/condividono maggiormente? Come spendono il loro tempo online?

Queste sono solamente alcune delle domande a cui dovrete rispondere per riuscire a definire le Buyer Personas che guideranno la vostra strategia.

Step 3: definite e pianificate i vostri contenuti

Una volta stabiliti gli obiettivi della vostra Content Strategy e analizzato il target di riferimento, potrete passare alla definizione dei contenuti e alla loro programmazione.

Per fare questo dovrete costruire un piano editoriale che vi consentirà di organizzare al meglio la distribuzione dei contenuti e mantenere un ritmo costante nelle pubblicazioni, presidiando tutti i principali marketing moments.

Step 4: diffondete e amplificate

Arrivati a questo punto avrete già definito quali formati di contenuto utilizzare, capito a chi questi dovranno rivolgersi e calendarizzato la loro pubblicazione. Non vi resta che diffonderli!

Che si tratti di un blog post, di un video o di una guida scaricabile, la diffusione di tutti questi contenuti è fondamentale per garantire il successo di una Content Strategy e intercettare il vostro target al momento giusto. In che modo? Potete avvalervi di diversi canali come, ad esempio:

  • I principali social della vostra azienda (Facebook, Youtube, Linkedin), avendo cura di selezionare quello più adatto per Tone of Voice e tipologia di contenuto.
  • Campagne ADV, che siano esse Social o Native.
  • Newsletter.

Step 5: misurate i risultati

Bene, ci siete! Il vostro blog è ricco di contenuti, le campagne ADV ne stanno amplificando la portata e gli utenti stanno ricevendo settimanalmente la vostra Newsletter. A questo punto come capire se la vostra Content Strategy è davvero efficace?

La risposta sta nella misurazione dei dati e nel monitoraggio costante dei KPI.

Nel momento in cui definite i vostri obiettivi SMART dovrete, infatti, stabilire anche quali sono i KPI (Key Performance Indicator) da tenere sotto controllo, ovvero tutte quelle metriche che vi consentiranno di constatare l’effettivo successo o meno della vostra strategia e che vi aiuteranno a capire come ottimizzarla.

Ecco qualche esempio:

Obiettivo KPI
Incremento del traffico Sessioni, visualizzazioni di pagina
Fidelizzazione degli utenti Visitatori di ritorno, tempo medio in pagina
Lead generation N°lead, n° download

Ora avete tutte le carte in regola per definire una Content Strategy di successo, siete pronti per mettervi in gioco?



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