Teletrade: recensioni sul broker leader nel settore degli investimenti finanziari

Azioni, quotazioni e altre parole del trading sembrano molto più familiari oggi rispetto a 20 anni fa. Ci siamo abituati all’idea che i nostri risparmi possono generare più reddito rispetto ai dividendi bancari. Ma non tutti sono pronti a investire il loro tempo per capire come operare sui mercati finanziari. 

Teletrade opera da 24 anni sui mercati globali e ha feedback chiari e inequivocabili: questo broker sa come fare investire i capitali. La consulenza in materia di investimenti rimane uno dei servizi più richiesti di Teletrade, e riflette la grande fiducia che i clienti ripongono nella società.

Teletrade ti insegna come fare investimenti redditizi e affidabili

Gli investimenti finanziari possono fornire una fonte di reddito costante, se utilizzati in modo efficace. Teletrade ti insegnerà come far funzionare i tuoi risparmi in modo efficiente anche se non hai l’ambizione di diventare un investitore professionista.

I clienti della società possono:

  • consultare un esperto finanziario sull’approccio agli investimenti;
  • ottenere una strategia di trading individuale;
  • connettersi al progetto “SyncTrading TeleTrade Invest”.

Grazie alla vasta gamma dei servizi Teletrade offre l’opportunità di ricavare un “pezzo” di profitto dalla torta di investimento non solo per i trader professionisti, ma anche per i principianti e per coloro che non possono dedicare tutto il loro tempo al trading.

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Durante la consulenza, gli esperti di Teletrade suggeriranno le opzioni di investimento più redditizie e i modi per proteggere i tuoi investimenti da inevitabili rischi. Quando decidiamo una strategia individuale, prendiamo in considerazione il tipo di personalità del cliente, gli obiettivi finanziari, le aspettative sui rendimenti degli investimenti, le preferenze e le competenze nell’uso degli strumenti di trading.

SyncTrading TeleTrade Invest: una soluzione perfetta per coloro che desiderano incrementare i propri capitali, ma non hanno tempo di seguire i mercati finanziari. Selezionando uno o più trader in base a parametri come rendimento e volatilità giornaliera, il cliente può copiare in modo automatico le operazioni del trader esperto scelto, ottenendo così lo stesso profitto del master trader.

La mission della società è rendere i cittadini finanziariamente formati e indipendenti

Uno degli obiettivi primari di TeleTrade è accrescere l’intelligenza finanziaria delle persone. Il benessere economico individuale dipende non solo dai guadagni, ma anche dalla capacità di pianificare correttamente le spese e le entrate, nonché di valutare adeguatamente le prospettive e i rischi di investimento. Questo è il tema principale degli eventi formativi di Teletrade. Le recensioni positive dimostrano che gli eventi di formazione in sede o via webinar di Teletrade sono pertinenti e molto richiesti.

Seminari, lezioni e masterclass di Teletrade su finanza personale e investimenti sono rivolti a persone di diverse fasce di età e conoscenze del settore finanziario. Tutto ciò che apprendi in questi eventi può essere applicato immediatamente. Un format di eventi vivace e coinvolgente ti consente di rivolgere le tue domande direttamente ai relatori, che sono trader attivi e fanno parte del team di Teletrade, e condivideranno la propria esperienza.

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Da un ufficio di rappresentanza Teletrade è diventato un gruppo di società con uffici in tutto il mondo. E le  recensioni positive dimostrano che chiunque può diventare un trader di successo.

Allarme banche: 79 miliardi di crediti incagliati in portafoglio


credito

di Luca Davi e Morya Longo

5′ di lettura

C’è una società che ha ottenuto un finanziamento ipotecario nel 2012 per costruire immobili a Padova nord: il prestito avrebbe dovuto essere rimborsato in poco tempo, entro il 2014, ma non è stato onorato. C’è un gruppo ormai in liquidazione, che da 5 lunghi anni non paga una singola rata del finanziamento. C’è un’azienda che ha costruito a metà un immobile in zona Giambellino, a Milano, ma da anni i lavori sono fermi: da allora dei rappresentanti della società non si sa più nulla. C’è un’impresa che ha un progetto termale in Romagna, mai davvero iniziato e fermo dal 2011.

Nei portafogli di crediti catalogati come «unlikely to pay» (in gergo Utp), attualmente in vendita oppure venduti negli ultimi tempi dalle banche italiane, c’è davvero di tutto: anche finanziamenti che a molti addetti ai lavori sembrerebbero a prima vista spacciati. Praticamente in sofferenza. Mele quasi marce. Che però, in alcuni casi, vengono catalogate in bilancio, e vendute in maxi-operazioni, come se le società a cui i prestiti sono stati erogati e i loro progetti fossero ancora salvabili.

LA MONTAGNA DA SMALTIRE

LA MONTAGNA DA SMALTIRE
LA MONTAGNA DA SMALTIRE

Mentre scoppia la febbre dei crediti «unlikely to pay», con quasi tutte le banche intente a vendere piccoli o grandi pacchetti a investitori, sotto gli occhi degli addetti ai lavori più attenti spunta qualche contraddizione all’interno di queste operazioni.

Il Sole 24 Ore ha raccolto indiscrezioni su tre di questi portafogli. Secondo i dati di Pwc da inizio 2018 a marzo 2019 le banche italiane hanno infatti venduto oltre 4 miliardi di Utp. Una goccia nel mare dei circa 80 miliardi di Utp che pesano sul sistema. Il grosso delle vendite deve ancora venire: UniCredit ha appena ceduto un pacchetto da 2 miliardi, Intesa intende liberarsi di 10 miliardi di Utp. Tutto questo mentre in bilancio i maggiori dieci istituti hanno ancora circa 79 miliardi di euro di Utp. Dietro l’enfasi dei grandi numeri, tuttavia, ci sono – secondo non pochi gli addetti ai lavori – almeno due problemi. Uno: una parte degli «Utp» attuali appaiono così malandati che ai loro occhi assomigliano più a crediti in sofferenza. Due: le maxi-cessioni portano via così tanto tempo che le società davvero salvabili rischiano di soffrire troppo prima che arrivi il salvagente. Ma iniziamo dai numeri.

Il big bang degli Utp
I crediti «unlikely to pay», chiamati in italiano «inadempienze probabili», sono i finanziamenti verso società che si trovano in difficoltà finanziaria. Non sono ancora decotti, come quelli catalogati dalle banche come «sofferenze» (o Npl), ma non sono neppure sani. Sono crediti non rimborsati, ma con sottostanti aziende ancora vive. Salvabili. Industrialmente buone. Infatti alcuni di questi crediti riescono a tornare «in bonis», cioè a rientrare nella normalità, mentre altri diventano sofferenze. Nel 2018, spiega ancora Pwc, su 100 euro di Utp, 20 sono tornati alla condizione di performing o sono stati recuperati, mentre 14 sono finiti nel calderone dei “bad loans”, ovvero le sofferenze. Il guaio è che a diventare Utp, ogni anno, sono anche il 15% di crediti bonis e il 4% dei past due (scaduti). Morale: ciò che esce dalla porta, rientra dalla finestra. E così la massa di Utp in portafoglio fatica ad essere smaltita.



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Tim tratta con Cdp ed Enel su rete unica


Foto Ansa

1′ di lettura

Il tavoloTelecom Italia-Open Fiber si allarga e si alza di livello, salendo al piano degli azionisti della joint della fibra. Telecom ha infatti appena firmato un memorandum of understanding con Cdp e Enel per valutare le possibilità di integrazione delle due reti – limitatamente alla fibra ottica – «anche attraverso operazioni societarie». In realtà l’anche è pleonastico dato che la compagnia telefonica aveva già firmato un analogo memorandum con Open Fiber, aperto a 360° a tutte le formule possibili di integrazione.

La novità ora è che i negoziati coinvolgono da subito l’Enel, il più scettico tra i due soci di Open Fiber, sgombrano di fatto il campo da discussioni su puri accordi commerciali (per i quali non sarebbe necessario l’intervento degli azionisti) e limitano alla parte più evoluta dell’infrastruttura il raggio d’azione delle possibili combinazioni societarie.

I contenuti sono tutti da scrivere – il memorandum vincola alla riservatezza – ma la mossa è destinata a condizionare l’evoluzione della situazione. A questo punto le trattative andranno avanti a tre e solo alla fine, quando ci sarà un progetto concordato, la parola passerà agli azionisti Telecom, in primis Vivendi che, col suo 23,94%, conserva un implicito diritto di veto su soluzioni che coinvolgano l’azionariato della compagnia telefonica. Parrebbe dunque da accantonare, per ora, l’ipotesi di rimpasti parziali del consiglio Telecom per ottenere l’assenso di Vincent Bollorè.



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Cdp, il Tesoro batte cassa: in arrivo extra-cedola da 800 milioni (oltre agli 1,3 miliardi già staccati)


bilancio 2018

di Celestina Dominelli

(IMAGOECONOMICA)

2′ di lettura

Il ministero dell’Economia bussa alla porta di Cassa depositi e prestiti. Il consiglio d’amministrazione della spa di Via Goito, che si è riunito stamane, ha infatti convocato per venerdì prossimo (28 giugno) l’assemblea dei soci per la distribuzione di circa 960 milioni di riserve di utili portati a nuovo sul residuo utile del 2018. È il Mef ad aver attivato questa facoltà dopo aver già incassato il dividendo 2018. A Via XX settembre andrebbero 794,5 milioni (considerando che è il socio di maggioranza di Cdp con l’82,77%).

Alle fondazioni bancarie, che detengono il 15,93%, spetteranno invece circa 152,9 milioni (mentre la quota residua dell’1,3% del capitale è in mano alla stessa Cassa). I quasi 800 miilioni di cedola extra potrebbero così tornare utili nella partita che Roma sta giocando con Bruxelles.

A fine maggio la maxi-cedola
A fine maggio, come detto, la Cdp aveva già staccato una maxi-cedola per i suoi azionisti approvando il bilancio, chiuso con un utile netto di 2,5 miliardi (2,2 miliardi nel 2017). In quell’occasione, la Cassa aveva deliberato un dividendo da 1,55 miliardi, il 15,5% in più di quanto deciso lo scorso anno (1,34 miliardi). Un incremento che per i due soci della Cassa, il ministero dell’Economia e le fondazioni si era tradotto, rispettivamente, in un assegno da 1,3 miliardi di euro (1,1 miliardi del 2017) e 251 milioni (217 milioni).

La partita sui conti con Bruxelles
Secondo fonti ben informate, sarebbe la prima volta che il Tesoro sfrutta tale leva a un livello così alto. La scelta di Via XX Settembre sarebbe da inquadrare, come detto, nell’ambito del negoziato con Bruxelles sul rischio di una procedura di infrazione Ue sui conti pubblici dell’Italia. Il governo è impegnato a mettere in campo una strategia di riduzione del deficit del 2019 per convincere l’Europa a stoppare il possibile cartellino rosso.

Per la prima volta tutto l’utile viene distribuito ai soci
L’assemblea del 28 giugno è convocata in sede ordinaria: basterà dunque la presenza del Mef per raggiungere il quorum necessario a distribuire l’extra-cedola. La richiesta del Governo ha colto di sorpresa i soci privati, le Fondazioni bancarie, che solo il mese scorso in assemblea avevano approvato la destinazione del 60% dell’utile di 2,5 miliardi per il pagamento dei dividendi ai soci. Tra gli azionisti privati c’è chi nota come sia la prima volta, dalla trasformazione in spa, che la Cassa distribuisce il 100% dell’utile disponibile ai soci. Un precedente potenzialmente pericoloso che dovrà avere quindi i caratteri dell’eccezionalità e non essere riproposto in futuro, a discapito della solidità e dei progetti di sviluppo che caratterizzano la missione della società.



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Forniture di petrolio più care anche senza una guerra Usa-Iran


2′ di lettura

Un’impennata così non si vede di frequente, nemmeno su un mercato volatile come quello del petrolio. Il prezzo del Wti è arrivato a guadagnare più del 6% dopo l’ennesima, pericolosa escalation in Medio Oriente, superando 57 dollari al barile, mentre il Brent è tornato a scambiare a 65 dollari, in rialzo di oltre il 4%.

In gioco c’è anche l’«effetto Fed»: la banca centrale statunitense – di nuovo pronta, per la prima volta dal 2008, a tagliare i tassi di interesse – ha indebolito il dollaro e affondato i rendimenti dei Treasuries, favorendo di converso gli acquisti di materie prime, asset denominati per l’appunto in dollari.

Ma il rischio geopolitico è indiscutibilmente tornato in primo piano dopo l’abbattimento del drone Usa da parte dell’Iran e la reazione minacciosa di Donald Trump, che ha definito l’episodio un «gravissimo errore».

È l’ennesimo incidente nell’area del Golfo Persico. E il rischio di un vero e proprio conflitto militare è ormai altissimo, in una regione che è responsabile di un terzo delle forniture mondiali di greggio.

L’industria petrolifera ieri non è stata bersaglio diretto degli attacchi, ma solo mercoledì nel sud dell’Iraq un missile aveva colpito un compound che ospita gli uffici di diverse major, tra cui l’Eni. La settimana scorsa c’era stato l’attentato a due petroliere al largo dell’Oman, un mese prima altre quattro navi erano state misteriosamente sabotate di fronte a Fujairah, negli Emirati arabi uniti, mentre i ribelli Houthi – forze filoiraniane attive nello Yemen – avevano bombardato con droni armati un oleodotto saudita.



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Wall Street record? Il rally trova l’epicentro nei Treasuries


(Ap)

2′ di lettura

New York – I riflettori sono forse puntati su Wall Street, dove l’indice S&P 500 ha fatto segnare nelle ultime ore nuovi massimi storici scommettendo che la Federal Reserve saprà soccorrere in modo decisivo economia e investitori con prossimi tagli dei tassi di interesse. Ma e’ il rally globale dei bond a essere diventato il segno più consistente e rilevatore del complesso clima attuale: delle accresciute preoccupazioni sulla crescita e d’una imminente risposta delle banche centrali a base di nuovi cicli di allentamenti di politica monetaria. Un rally che ha trovato a sua volta adesso l’epicentro proprio negli Stati Uniti, nei titoli del Tesoro americano. I titoli a dieci anni hanno visto ieri i prezzi lievitare spingendo i rendimenti, che si muovono in direzione opposta, sotto il 2% – una soglia che e’ stata sfondata per la prima volta dal 2016.

Non che i Treasuries, nel clima di incertezza mondiale, siano isolati. In Gran Bretagna i rendimenti dei titoli decennali sono a loro volta scivolati allo 0,808%, una corsa alimentata da valutazioni pessimistiche sull’economia di Londra alla luce delle incognite di Brexit. Gli yield dei bund tedeschi hanno chiuso al record negativo di meno 0,318 per cento. E i titoli del Tesoro italiani con simile scadenza hanno a loro volta continuato a vedere rendimenti in discesa, fino al 2,012%, il minino dal maggio dell’anno scorso.

La svolta ormai globale e sincronizzata in politica monetaria – in senso accomodante e abbandonando ogni pretesa di poter proseguire su strade di normalizzazione dopo anni di stimoli convenzionali e non soltanto parzialmente ritirati – ha agito da catalizzatore del nuovo scatto obbligazinario. Fed e Bce si avviano a imminenti stimoli: i mercati ormai scommettono su probabilita’ del 100% di un taglio dei tassi interbancari al vertice di fine luglio della Fed, forse d’un aggressivo mezzo punto percentuale. E chance maggioritarie vengono date a tre tagli entro fine anno. La Banca centrale del Giappone ha a sua volta inviato segnali di via libera a cali nei rendimenti obbligazionari. L’Australia ha aperto la porta a un ulteriore allentamento di politica monetaria fin dal mese prossimo.

Risultato: in territorio negativo, oltre ai bund tedeschi e ai bond giapponesi, sono oggi tra gli altri i titoli di stato olandesi, svizzeri e danesi. E i rendimenti dei Treasuries americani arretrano marcatamente. Il “trade” sui titoli del Tesoro, in generale, e’ considerato il piu’ affollato in assoluto sui mercati, rivelano i piu’ recenti questionari distribuiti tra 230 gestori da Bank of America Merrill Lynch.

La misura del cambiamento di tono e’ data anche dalle previsioni che si moltiplicano sull’andamento dei rendimenti. Stando a sondaggi del Wall Street Journal, in gennaio il pronostico medio per i Treasuries decennali era di rendimenti al 3%, con nessuno degli analisti interpellati che vedeva yield sotto il 2,5% entro la fine dell’anno. A inizio di questo mese la previsione era gia’ scesa per il decennale al 2,34 per cento. Adesso molti si spingono ben più in la’ quando anticipano discese dei rendimenti: JP Morgan si aspetta l’1,75 per cento.



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Vendite su Atlantia e settore autostrade, braccio di ferro su nuove tariffe


ServizioIn Borsa concessionarie in calo

di Andrea Fontana

2′ di lettura

Vendite sui titoli del settore autostradale perché il nuovo sistema dei pedaggi, approvato ieri dall’Autorità dei trasporti, non piace alle società concessionarie. Atlantia, la holding che controlla Autostrade per l’Italia, scivola di oltre un punto percentuale ed è la peggiore del Ftse Mib, arretra anche Autostrada Tomi così come Sias. L’Autorità ha pubblicato le delibere relative a sedici concessionarie introducendo per tutte un modello tariffario basato sulla Rab (cioè il calcolo del capitale investito) con sistemi di premialità/penalità ed un “price-cap” legato a indicatori di produttività e obiettivi di efficienza. Secondo l’Autorità il nuovo sistema incentiva gli investimenti perché rende omogeneo il modello tariffario tra i diversi concessionari e premia gli investimenti effettivamente realizzati.

Secondo l’Aiscat, l’associazione delle concessionarie di autostrade e trafori, le regole finiranno per bloccare gli investimenti già programmati. Spetterà comunque al ministero dei Trasporti adottare o meno il nuovo sistema proposto dall’Autorità.

In Borsa i broker stanno penalizzando i titoli del settore per la situazione di incertezza che si viene a creare e per la possibilità che questa venga ulteriormente alimentata da ricorsi in caso di una soluzione non condivisa tra ministero e concessionari. «L’approvazione dei nuovi sistemi tariffari in maniera unilaterale e senza un vero confronto con i concessionari autostradali rappresenta una notizia decisamente negativa per il settore – commenta un a società di investimento – I gestori autostradali proseguiranno con i ricorsi già avviati ed è certamente possibile che alla fine possano ottenere dalla giustizia europea il rispetto dei contratti in essere, ma nel frattempo l’aumento del rischio regolatorio avrà un impatto negativo sui titoli interessati».

(Il Sole 24 Ore Radiocor)



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Il fondo H2O di Natixis nel caos, tra i sottoscrittori molti italiani


risparmio

di Gianfranco Ursino

(Reuters)

1′ di lettura

La preoccupazione è alta, soprattutto in Italia, dove i fondi di H2o Asset Management sono stati super-gettonati negli ultimi anni sulla scia delle positive e accattivanti performance evidenziate soprattutto nel 2018, quando la quasi totalità dei fondi ha chiuso l’anno in negativo. Una parte consistente dei 30 miliardi di euro gestiti dalla società affiliata al gruppo Natixis Global Am proviene infatti dagli accordi di distribuzione che la società di gestione ha in essere con oltre 30 intermediari italiani: Azimut, Banca Generali , Bper, Bnl Bnp Paribas, Fineco, IWBank, Mediolanum e Widiba solo per citare le realtà più grandi.

A sollevare il polverone e far partire un’ondata di riscatti negli ultimi giorni sui fondi di H20 sono state le notizie di potenziali conflitti di interesse che coinvolgerebbero il fondatore Bruno Crastes. Una vicenda che ha acceso i riflettori sulla componente illiquida dei portafogli, in particolare sugli asset del fondo H20 Allegro che adotta una strategia global macro e lascia molta discrezionalità e flessibilità al gestore.

Nonostante le rassicuranti affermazioni diffuse con un comunicato da Natixis, nella giornata di ieri le azioni del gruppo parigino hanno perso in Borsa in una sola seduta l’11,8%. Lo stesso Bruno Crastes ha dichiarato che «le esposizioni complessive verso attività illiquide di H2O sono strettamente limitate tra il 5% e il 10% nei fondi Allegro, Adagio e Multibonds. La liquidità non è un problema e continueremo a fornire agli investitori aggiornamenti in piena trasparenza».

Maggiori dettagli su Il Sole 24 Ore oggi in edicola.



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Nuovo round di dividendi: chi stacca la cedola a Piazza Affari

ServizioAPPUNTAMENTO per 7 big

di Andrea Fontana

Azioni e obbligazioni: come scegliere il rischio ben remunerato

2′ di lettura

Circa 2,1 miliardi di euro di dividendi arriveranno sulle quotate di Piazza Affari questa settimana a seguito dello stacco cedola di lunedì che interesserà 7 società del FTSE MIBe una manciata di altre quotate – tra cui Acea, Iren, Autogrill -del listino milanese. L’operazione determinerà un ribasso tecnico dello 0,29% sull’apertura dell’indice Ftse Mib del 24 giugno.

Da Poste l’assegno maggiore, per Tesoro 170mln
L’assegno più consistente staccato in questa tornata è quello di Poste Italianeche distribuirà ai suoi soci 574 milioni di euro: la cedola da 0,441 per azione riconosce ai prezzi attuali un rendimento del 4,6% circa. Saldo di dividendo sull’esercizio 2018, dopo gli acconti pagati in autunno, anche per altre due partecipate pubbliche: Snam che lunedì pagherà altri 422 milioni di utili distribuiti lunedì, pari a 0,1358 euro per azione, a fronte di un dividendo totale di 0,2263 euro per azione; Terna che distribuirà altri 310 milioni di euro (0,1545 il saldo, 0,2332 il totale). Per il Tesoro, che in queste tre società detiene direttamente solamente la quota del 29,26% in Poste, in arrivo altri 170 milioni di euro, incasso che maturerà a pochi giorni dalla richiesta a Cassa Depositi e Prestiti di distribuire un extradividendo per ricevere circa 800 milioni.

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Tempo di cedola anche per i soci risparmio Telecom
Le altre big a pagare le cedole saranno Exor (100 milioni a 0,43 euro per azione), Hera (149 milioni a 0,10 euro) e Prysmian (95 milioni a 0,43 euro). A queste sei società si aggiunge lo stacco di un’altra del Ftse Mib, cioè Tim, che però remunererà solo i titolari delle azioni risparmio con 0,0275 euro per azione, per un rendimento ai prezzi attuali del 5,7%.

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«Ericsson rispetterà i target 2020 L’Europa si muova sul 5G»

3′ di lettura

Erano tre anni che in Ericsson si rinunciava al “Summer party”, la festa d’estate nel quartier generale a Stoccolma. Con le traversie finanziarie e la crisi degli ultimi anni la tradizione si era interrotta. La festa della scorsa settimana, officiata da un ceo Börje Ekholm che munito di cappello da cuoco serve i dipendenti, quantomeno è un segnale.

Nella multinazionale svedese che è tra i leader globali nella fornitura di reti, tecnologie e servizi per la comunicazione, presente in 180 Paesi, con oltre 97.500 dipendenti, ora si respira un clima diverso, di fiducia. Nel 2018 il fatturato si è attestato sui 210,8 miliardi di corone svedesi (l’equivalente al tasso attuale di 20 miliardi di euro), in crescita del 3%. C’è stata una perdita di 6,3 miliardi di corone (593 milioni di euro), molto inferiore rispetto ai 32,4 miliardi di corone del 2017. E nel primo trimestre 2019 si è tornato a vedere l’utile per 2,4 miliardi di corone. Anche in Borsa il titolo è salito del 20,7% da inizio anno, per una capitalizzazione di 29,5 miliardi di euro.

Ericsson ora è un’azienda diversa, dopo grossi risparmi sui costi di personale e non, vendita del settore media, ridiscussione di contratti non redditizi. In questo quadro c’è un 5G che ormai è realtà e in cui Ericsson vuole giocare da protagonista. Per ora ha messo la firma su 9 delle 12 reti 5G commerciali al momento disponibili sui 4 continenti. A questo punto la multinazionale svedese può avvantaggiarsi dallo scontro fra la cinese Huawei e il governo Usa? «Ad oggi – risponde Ekholm – non abbiamo visto effetti sui nostri bilanci. L’unica cosa che vediamo è che gli operatori sono più incerti, si valutano le alternative ma non si intraprendono azioni».

Negli anni scorsi comunque Ericsson ha attraversato un periodo difficile. È finito? E quali sono gli impatti del 5G sui risultati finanziari per voi?

Abbiamo trasformato l’azienda e siamo fiduciosi che raggiungeremo il nostro obiettivo finanziario fissato per il 2020 (10% margine operativo, ndr.). Dal 2017 abbiamo implementato una strategia più focalizzata. Il primo obiettivo era stabilizzare la società e riportare Ericsson alla redditività, grazie alla tecnologia e alla leadership di mercato. L’ambizione di questa strategia è costruire una Ericsson più forte nel lungo termine. Grazie a una combinazione di investimenti in ricerca e sviluppo per incrementare la leadership tecnologica, di attività per ridurre i costi e a seguito di alcune revisioni di contratti, siamo riusciti a creare una solida base di stabilità e profittabilità.



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